5 ore di stupore architettonico

Ha avuto luogo mercoledì 30 maggio il secondo di un ciclo di incontri organizzato da studenti della facoltà di architettura del  Politecnico di Milano, sede Leonardo a cui ha partecipato l’archi-star Manuel Aires Mateus, affiancato dall’esperienze non meno significative degli architetti Flavio Barbini, dell’università Autonoma di Lisbona, e Stefano Pujatti, principale e fondatore dello studio Elastico Spa.

La serie di conferenze dal titolo “Across Physiognomies” è stata organizzata in modo libero e spontaneo da studenti della scuola di architettura del Politecnico spinti dal desiderio di scoprire se attraverso le fisionomie di ognuno ci siano tratti in comune nonostante la diversa provenienza e formazione e di avere la possibilità di incontrare e confrontarsi con architetti di fama nazionale e mondiale per imparare sempre più il significato del “fare architettura”.

La conferenza inizia alle ore 17:00 nell’aula T 1.1 del “trifoglio”, i posti vuoti sono circa la metà (a differenza del primo incontro a cui aveva partecipato Julien de Smedt, principale e fondatore dello studio JDS, quando i posti erano esauriti già mezz’ora prima dell’inizio dell’incontro), ma l’intervento di Aires Mateus è previsto per le 19:30. Uno dei membri di IAMP Studenti di Architettura (International Architecture Meeting Point), gli ideatori dell’evento, introduce il tema e spiega i motivi che lo hanno mosso insieme ad alcuni amici e colleghi ad organizzare questo ciclo di incontri. Introduce Emilio Faroldi presidente del corso di studi in Scienze dell’Architettura presso la scuola di Architettura e Società del Politecnico. Ed è proprio il professore ad indicare il primo tema dell’incontro: il significato di “scuola di Architettura” e di come gli atenei siano cambianti negli anni, a livello di struttura e di organizzazione dei corsi. Presenta a tal proposito Flavio Barbini docente all’università Autonoma di Lisbona, che illustra la sua scuola, i suoi progetti, delineando un rapporto tra il mondo accademico e quello professionale: «Le scuole di architettura sono cambiate: il 3 più 2 permette l’esperienza di affrontare una specialistica all’estero, ravvivando un percorso continuo e costante nella scoperta di cose nuove».

La scoperta di cose nuove e sorprendenti è alla base dell’intervento dell’architetto Pujatti  che incomincia mostrando l’immagine di una mandria di mucche: paragona il progettista al cowboy che deve condurre la mandria (il progetto), ma talvolta qualche mucca scappa e in quell’occasione che l’attività del mandriano diventa interessante ed emozionante: inseguendo la mucca scappata ha la possibilità di scoprire cose, luoghi, paesaggi che altrimenti non avrebbe visto. Lo stesso vale per i progetti di architettura: il problema, l’ostacolo, la difficoltà diventa l’occasione per scoprire soluzioni tecniche, compositive, che prima non si sarebbero nemmeno immaginate. In quest’ottica spiega i suo lavori: dalla casa accanto alla discarica (Pordenone Tony’s House 1998-200, il suo primo progetto) , che se il contesto può sembrare un problema invece diventa la soluzione per un minor costo nel reperimento di materiali e per un’originalità compositiva, in quanto integra la struttura principale con elementi presenti sul luogo, quali container e silos, che diventano piscina e portico. Un pensiero va all’architettura sostenibile, ad un minor spreco di risorse e al massimo sfruttamento di quelle di cui si dispone: in tal senso sfrutta un’insolita montagna di pietre depositate negli anni dai contadini nella Yuppie Ranch House, la facciata esterna dell’Atelier Fleuriste viene letteralmente rivestita d’acqua per migliorare le condizioni igro-termiche  interne, usa pietre avanzate da un precedente progetto nel Cimitero di Borgaretto, sfrutta il rivestimento in mattoni come frangi sole nella Contry House. Ogni soluzione adottata, ci tiene a precisare, non deriva da una sapienza e coscienza iniziale ma «dall’inseguimento di una mucca scappata», che ha dato vita ad un’occasione di ricerca in corso d’opera. Nel suo ultimo progetto, ancora in costruzione, lo Slow Horse di Piancavallo, gli veniva posto come problema quello della neve, perché strappa la struttura, è pesante, si deposita e lui sostiene: «Se non fosse per la neve, Piancavallo sarebbe una località morta, nessuno ci andrebbe, quindi il problema è in realtà la risorsa». L’edificio viene quindi progettato con falde molto inclinate che fanno cadere la neve proprio sulla piazza d’ingresso e permettono la formazione di stalattiti, le aperture dei piani superiori sono fortemente strombate a falda cosicché le neve si depositi tra una falda e l’altra.

Quello che più resta dell’esperienza di Pujatti è una passione continuamente nuova e sorprendente della propria professione di architetto, passione che più che altrove dovrebbe essere trasmessa in quest’occasione, agli studenti, con tutta l’umiltà, la simpatia, la semplicità e l’ironia con cui ha saputo esprimerla.

Ore 19:00, è il momento dell’aperitivo, il break prima dell’incontro con l’archistar portoghese. Alle 19:30 si rientra nell’aula del “trifoglio”, questa volta si riempie completamente di professori e studenti. Dopo una breve presentazione ed introduzione Manuel Aires Mateus comincia a parlare di sé, presenta qualche progetto, colpisce per la semplicità con cui si approccia alla spiegazione dei suoi lavori: talvolta si pensa a queste figure così importati e famose nel mondo dell’architettura come circondate da un’aurea di mistero o mistico alone che le pone su un non so quale olimpico monte. Invece, Manuel è un uomo, un architetto, un progettista, al pari di Pujatti e Barbini, e anche dell’egregio professor Faroldi, che dei suoi progetti non ha parlato, ma ne ha fatti parecchi. Presenta Casa Areia, quella con il pavimento terapeutico di sabbia; il Centro di monitoraggio nella Laguna di Furnas, e il suo rapporto con la natura, un sasso in mezzo alla natura incontaminata; la Casa Leiria, il ritorno alla forma pura, al concetto di casa, all’astrazione della forma e del concetto di casa; la Scuola in Vila Nova da Barquinha, il tema del labirinto educativo per insegnare ai bambini l’orientamento e il tema del recinto, della protezione.

Bei progetti, ben spiegati, forte il rapporto tra le scelte progettuali “formali” e la funzione, il contesto, l’uomo. Incominciano le domande, studenti e professori incalzano Aires Mateus per approfondire ancora di più questi rapporti così decisi e marcati: una studentessa chiede fino a che punto l’architettura può governare l’uomo, può controllarne la libertà, di movimento, di azione, e qual è il compito del progettista. La risposta è folgorante: «Noi non impariamo a progettare, impariamo a vivere. Impariamo ad utilizzare la memoria, ad aver fiducia in noi stessi nel saper utilizzare la memoria. […] Dobbiamo portare un significato poetico ad una cosa molto banale (la casa, la scuola)», e interroga l’assemblea: «Che cosa vuoi imparare davvero studiando Architettura? Dobbiamo imparare a dare significato a quello che facciamo. Nella realtà c’è già tutto: imparare a progettare significa imparare a guardare. Bisogna rapportarsi con il lavoro di altri, guardare al lavoro degli altri nel senso di guardare come gli altri hanno guardato la realtà».

I professori e architetti Franco Tagliabue e Cino Zucchi cominciano assieme a Barbini, Pujatti  e Mateus un lunghissimo dibattito sul disegno e sulle tecniche di rappresentazione, l’aula ormai si sta pian, piano svuotando, sono quasi le 22:00 e anche lo studente più coinvolto inizia a sentire il peso di cinque ore di intenso dialogo architettonico. A Manuel il disegno aiuta «a prevedere una realtà che sta immaginando», per  Pujatti il disegno in matita è lo strumento fondamentale per la progettazione perché gli permette continuamente di cancellare, rifare, sovrapporre, essere a stretto contatto con la creazione di ogni singola parte del progetto, vivere il progetto nel modo più diretto possibile.

Alle 22:00 l’incontro finisce, c’è chi si fa firmare El Croquis, c’è chi si complimenta per gli interventi, c’è chi si confronta fuori dall’aula sulle novità apprese fumandosi una sigaretta: per tutti è evidente quanto sia interessante l’architettura vista in questo modo, vista nella sua concretezza, attraverso l’esperienze di progettisti e professori che spinti dalla passione prendono aerei o autostrade per venire a raccontarti quanto sia bello e interessante il proprio lavoro. Colpisce, infine, la risposta alla domanda di una studentessa che chiede come mai Mateus fa tutti i suoi edifici bianchi: «Perché il bianco? – risponde- si posso attribuire significati culturali e tecnici, il bianco è il bene, il nero è il male. Per me il bianco è bianco. Non c’è chissà quale ragione. È la base per tutto, crea lo spazio tridimensionale, si modella con la luce, il colore è dato dalla presenza dell’uomo che vive lo spazio». L’uomo è ciò che compie la creazione di uno spazio architettonico,  è il colore di un pittore che dipinge la sua tela immacolata.

 di Filippo Davò

http://www.elasticospa.com/

http://www.barbiniarquitectos.com/index.html

http://www.airesmateus.com/

 

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