Architettura tra icona ed identità

Vista della proposta progettuale “Pop: Redefining Los Angeles Iconism” (foto di A. Benejam, Y. A. Chung e C. S. Green)

Il lavoro di ricerca progettuale di Alberto Benejam, Yeseul Allie Chung e Charles Shelton Green si intitola “Pop: Redefining Los Angeles Iconism” e sostiene la realizzazione di un’architettura iconica, come elemento del costruito che è possibile situare ovunque.

Planimetria del progetto (foto di A. Benejam, Y. A. Chung e C. S. Green)

Il ruolo delle icone, quando inteso in senso non architettonico, è correlato all’idea di brand o logo che può rappresentare una società, un’applicazione, ma anche divieti o segnali. Il progetto parte dall’assunto che tutte le icone architettoniche hanno in comune la riconoscibilità della propria immagine in ogni contesto culturale e la rappresentatività rispetto al luogo in cui sono situate: visitando quel luogo ogni persona sa di voler vedere quel particolare edificio come il Colosseo a Roma o la Disney Concert Hall a Los Angeles.

Vista assonometrica (foto di A. Benejam, Y. A. Chung e C. S. Green)

Le forme, le volumetrie, le figure e i colori della proposta progettuale sono stati, quindi, ripresi dal movimento artistico Pop e Superflat: la superficie architettonica segue la proiezione della griglia quadrimensionale utilizzata nella pop art, senza divisioni tra i vari colori che avvolgono la volumetria distorcendone le forme.

Immagini che caratterizzano l’elevato architettonico (foto di A. Benejam, Y. A. Chung e C. S. Green)

Il progetto è costituito anche da volumi le cui superfici derivano dall’influenze della moda e dal movimento cubista, senza essere in relazione al contesto edificato.

Prospetto e sezione di progetto (foto di A. Benejam, Y. A. Chung e C. S. Green)

Calvino ne Le Città Invisibili scrive: “L’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose […] Lo sguardo percorre le vie come pagine scritte: la città dice tutto quello che devi pensare, ti fa ripetere il suo discorso, e mentre credi di visitare Tamara non fai che registrare i nomi con cui essa definisce se stessa e tutte le sue parti. Come veramente sia la città sotto questo fitto involucro di segni, cosa contenga o nasconda, l’uomo esce da Tamara senza averlo saputo. Fuori s’estende la terra vuota fino all’orizzonte, s’apre il cielo dove corrono le nuvole. Nella forma che il caso e il vento dànno alle nuvole l’uomo è già intento a riconoscere figure: un veliero, una mano, un elefante…”

Spaccati assonometrici (foto di A. Benejam, Y. A. Chung e C. S. Green)

Probabilmente l’attitudine umana ad interpretare ed investire le forme di un valore iconico è innata e avviene, però, come risultato di un processo culturale, coplesso di relazioni sedimentato nell’architettura, e nella misura stessa in cui questa abbia saputo costruire un senso nel quale, chi guarda, potrà continuare a riconoscersi.

 

 

 

 

 

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