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Peter Zumthor
Museo di arte a Bregenz
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Peter Zumthor

Peter Zumthor nasce a Basilea in Svizzera nel 1943. Studia prima alla Kunstgewerbeschule di Basilea e poi al Pratt Istitute di New York. Nel 1979 fonda lo studio architettura a Haldenstein, Grigioni. Dal 1988 è professore inviato nelle più importanti università: Danta Monica, Monaco di Baviera, Graz, New Orleans. Dal 1996 è membro onorario della Bund Deutscher Architekten, BDA, in Germania.
Attualmente è professore all'Accademia di architettura dell'università di Mendrisio.
Progetti recentemente realizzati:
1993- residenza per anziani a Chur, Graubünden, Svizzera
1994- casa Gugalun, Versan, Svizzera
1996-residenza popolare Spittelhof a Basilea.
1996- progetto per le terme di Vals, Svizzera
1997- museo d'arte di Bregenz, Austria
1997- "Topografia del terrore", progetto per un centro espositivo e di documentazione a Berlino
1997- museo diocesano "St. Kolumba", Colonia (in progettazione)

 

denominazione: museo d'arte, Bregenz, Austria
progetto: Atelier Peter Zumthor
collaboratori: Daniel Bosshard (responsabile edificio del museo), Roswitha Büsser, Katja Dambacher, Thomas Durisch, Marlene Gujan, Thomas Kämpfer (responsabile edificio amministrativo)
studi energetici e climatizzazione: Meierhans+Partner AG
consulenza per l'illuminazione naturale: H. Freymuth, Institut für Tageslichttechnik, Stoccarda
committente: Land Vorarlberg

    
     
Il nocciolo duro della bellezza 1991
[...] Nel corso di una lezione John Cage ha sostenuto di non essere un compositore che sente dapprima mentalmente la musica, tentando successivamente di trascriverla. Precisando il suo diverso modo di operare ha affermato dei concetti e delle strutture, quindi di farli eseguire e di rendersi conto solo allora della loro qualità sonora.
Leggendo questa dichiarazione mi torna alla mente come recentemente abbiamo elaborato in studio il progetto per un bagno termale in un sito di montagna e come non siamo partiti proponendoci delle immagini mentali da adattare al compito assegnatoci, ma come al contrario abbiamo cercato di rispondere a una serie di quesiti fondamentali che non erano affatto immaginari, bensì attinenti al luogo, al compito e ai materiali (montagna, pietra, acqua). Solo dopo essere stati in grado di rispondere, passo dopo passo, agli interrogativi riguardanti il luogo, i materiali e il compito dati, sono nati man mano spazi e strutture, di fronte ai quali noi stessi siamo rimasti stupiti e che ritengo possiedano il potenziale di una forza originaria che va ben oltre gli arrangiamenti di forme stilisticamente prefabbricate.
Il confronto con le caratteristiche peculiari di entità concrete come la montagna, la pietra, l'acqua sullo sfondo di un preciso compito costruttivo, implica la possibilità di cogliere, quindi di estrinsecare una parte dell'essenza originaria e per così dire "inviolata dalla civilizzazione" di questi elementi, e di maturare un'architettura che parte dalle cose e ritorna alle cose. Immagini prestabilite e concezioni formali prefabbricate non possono che ostacolare l'accesso a un confronto di questo tipo.
I miei colleghi svizzeri Herzog e de Meuron affermano che l'architettura intesa come un tutt'uno compiuto non esista più oggi e che un'unità debba perciò essere creata artificialmente, nella mente del progettista, ossia mediante un atto mentale. Da questa premessa i due architetti teorizzano la loro architettura intendendola come una forma di pensiero: un'architettura - presumo - volta a riflettere in maniera specifica la sua unità, mentalmente e quindi artificialmente concepita.
Non ho intenzione di approfondire oltre l'architettura come teoria di una forma di pensiero di questi architetti; vorrei però soffermarmi sul postulato ad essa soggiacente, secondo cui oggi non esisterebbe più l'edificio come un tutt'uno in sé compiuto, nel vecchio senso edile del termine.
Personalmente continuo a credere nell'unità autonoma, corporea dell'oggetto architettonico, non tanto come un dato di fatto naturale quanto come meta - ardua ma indispensabile - del mio lavoro. Ma come è possibile conseguire questa unità nell'architettura, nell'epoca in cui "dio è morto" e in cui il reale minaccia di dissolversi nel flusso delle immagini e dei segni effimeri?
In un testo di Peter Handke leggo dei suoi sforzi per rendere testi e descrizioni parte integrante dell'ambiente a cui si riferiscono. Se interpreto correttamente le sue asserzioni, vi ritrovo non solo la consapevolezza a me ben nota della difficoltà di sottrarre alle cose create mediante un atto artificiale la loro artificiosità, assimilandole al mondo delle cose quotidiane e naturali, ma anche - e una volta in più - la convinzione che la verità risiede nelle cose stesse.
Ritengo che i processi artistici volti al conseguimento di un'unità siano sempre dei tentativi di conferire ai propri esiti una presenza equiparata a quella propria alle cose naturali, all'ambiente naturalmente conformatosi.
Mi risulta dunque ben comprensibile il passaggio in cui Handke - che nella stessa intervista si designa come uno "scrittore dei luoghi" - esige che nei propri testi "non accada nulla di superfluo e che si svolga soltanto il riconoscimento dei singoli particolari e quindi il loro intrecciarsi in uno (...) stato di cose."
La nozione di "stato di cose", impiegata da Handke, mi sembra illuminante in relazione all'obiettivo di creare delle entità naturali e unitarie: realizzare dei precisi stati di cose, pensare l'edificio in termini di stato di cose, le cui singole parti devono essere correttamente riconosciute e poste in un rapporto oggettivo. Un rapporto oggettivo! Ciò che traspare in queste annotazioni è la riduzione agli oggetti e alle cose che sono. In questo senso Handke parla anche della fedeltà alle cose. Egli vorrebbe che le sue descrizioni siano esperibili come fedeltà al luogo che descrivono e non come coloriture o attributi cromatici aggiuntivi. Dichiarazioni di questo tipo mi aiutano a superare l'avversione che sovente mi coglie quando guardo a certa architettura recente. Sempre di nuovo mi imbatto in costruzioni create con lo sforzo e l'esplicito desiderio di produrre delle forme originali - e rimango irritato. L'architetto che costruisce oggetti di questo tipo, pur essendo assente, mi parla incessantemente attraverso ogni dettaglio dell'edificio, dicendomi sempre la stessa cosa che definisce rapidamente per disinteressarmi. La buona architettura è intesa a ospitare l'uomo, a lasciarlo abitare in essa sperimentandola, e non è intesa a stordirlo con le chiacchiere.
Perché, mi chiedo spesso, si arrischia così raramente ciò che è immediato e ciò che è difficile? Perché nell'architettura recente si riscontra così poca fiducia nelle cose più peculiari che distinguono l'architettura: il materiale, la costruzione, il sorgere e l'essere sorretto, la terra e il cielo; così poca fiducia in spazi liberi di essere autenticamente tali; spazi in cui si ha cura dell'involucro spaziale che li definisce, della consistenza materiale che li caratterizza, della loro capacità di ricezione e di risonanza, della loro cavità, del loro vuoto, della luce, dell'aria, dell'odore?
[...] Riprendiamo ancora una volta la domanda: dove trovo la realtà su cui devo dirigere la mia immaginazione quando tento di progettare un edificio per un dato luogo e a un dato scopo?
Credo che una chiave per rispondere al quesito stia nelle parole "luogo" e "scopo". Nel suo saggio "Costruire Abitare Pensare" Martin Heidegger afferma: "Il dimorare presso le cose è un carattere essenziale dell'essere uomo". Mi sembra che egli intenda dire che non ci troviamo mai in un ambito astratto, bensì sempre in un mondo di cose, anche quando pensiamo. E continuando a leggere nel saggio Heidegger: "Il rapporto dell'uomo con i luoghi e attraverso i luoghi con gli spazi si fonda nell'abitare".
Il concetto dell'abitare inteso nell'accezione heideggeriana, come vivere e pensare in luoghi e all'interno di spazi, racchiude un preciso riferimento a ciò che "realtà" significa per me in quanto architetto. La realtà che mi interessa e su cui intendo orientare la mia immaginazione non è la realtà delle teorie disgiunte dalle cose, ma la realtà del concetto compiuto costruttivo, finalizzato all'abitare. È la realtà dei materiali di costruzione - pietra, tela, acciaio, pelle - e la realtà delle costruzioni che impiego per erigere l'edificio; è nelle loro proprietà che cerco di penetrare con la mia immaginazione, avendo cura del senso e della sensualità, affinché scaturisca, forse, la scintilla di una costruzione felicemente riuscita, in grado di offrire un'abitazione all'uomo. La realtà dell'architettura è ciò che è concreto, ciò che si è fatto forma, massa e spazio, il suo corpo. Non vi sono idee se non nelle cose.

 
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