Chi vincerà l’ArcVision Prize?

arcvision

Come annunciato alla presentazione dell’ArcVision Prize 2015, la vincitrice del premio sarà proclamata venerdì 6 marzo, presso l’i.lab di Bergamo, il centro ricerca e innovazione di Italcementi.

Vi presentiamo qui le finaliste e la loro idea di architettura:

Atxu Amann y Alcocer, Spagna
Atxu Amann y Alcocer, Spagna

«Devo riconoscere la fortuna di essere un architetto. In architettura, la relazione tra il campo professionale e quello accademico produce un reciproco arricchimento che unisce tutte le aree di attività. L’università è il contesto in cui sorgono problemi contemporanei: innovazione, sostenibilità, strategie e strumenti di mediazione e nuova comunicazione sono soggetti che vengono analizzati e continuamente aggiornati così da essere utilizzati nel lavoro quotidiano, garantendo metodi, strumenti e linguaggio attuali. Io ho un particolare interesse per lo sviluppo di azioni sperimentali con gli studenti, che implica un processo di collaborazione per la costruzione di edifici alternativi con materiali riciclati». Atxu Amann Alcocer – Spain

Suhasini Ayer-Guigan, India
Suhasini Ayer-Guigan, India

«La bellezza e l’estetica in un ambiente costruito e naturale è essenziale per una vita sana. Il minimalismo è una parte integrante della progettazione per creare forme semplici ed eleganti in linea con le pratiche di edilizia sostenibile e verde. La pianificazione e la progettazione devono essere adeguati al contest, alle condizioni del sito, alle funzioni, al clima, alla cultura, ai materiali da costruzione e alla tecnologia, alla facilità di esecuzione, al costo all’efficacia e alla responsabilità ambientale». Suhasini Ayer-Guigan – India

Tatiana Bilbao,  Mexico
Tatiana Bilbao, Mexico

«Facciamo l’architettura per aumentare la qualità della vita umana. Noi lavoriamo con il nostro ambiente, i materiali che ci sircondano, aprendo canali di comunicazione tra i diversi settori sociali. Nel nostro ufficio multiculturale e multidisciplinare cerchiamo di capire il nostro mondo, di tradurre i suoi codici rigidi in architettura. Attraverso questi filoni, lo studio rigenera spazi “umanizzati”, aprendo nicchie per lo sviluppo culturale ed economico e la creazione di un clima di collaborazione, dove ci sono varie risonanze disciplinari in aree tecniche, lavori teorici e artistici che, in un modo o nell’altro, incidono sui modelli e sulle strutture della società». Tatiana Bilbao – Mexico

Giulia De Apollonia, Italia
Giulia De Apollonia, Italia

«Il ruolo centrale dell’architetto è quello di dirigere e coordinare le varie discipline che contribuiscono alla progettazione di un edificio. Così è in grado di raggiungere sinergicamente simultaneamente risultato molto apprezzato per ciò che riguarda le dimensioni tecniche, estetiche e spaziali. Questo ruolo coordinatore si basa necessariamente sulla capacità e l’intelligenza di cogliere le condizioni esistenti, per “ascoltare” in silenzio il sito, la storia, le persone e produrre una risposta a 360 gradi. In questa prospettiva, l’architettura è una disciplina sociale, che svolge il ruolo fondamentale di plasmare tutti gli spazi della nostra vita di tutti i giorni che finirà per influenzare le attività che si svolgono al loro interno. Credo fermamente che questa attenzione e la proiezione sull’utente finale distinguono l’ architettura da qualsiasi altra disciplina artistica». Giulia De Appolonia – Italy

Des Clics Et Des Calques, France
Des Clics Et Des Calques, France

 

 

 

 

 

«Noi siamo naturalmente attratte da progetti in cui la dimensione umana e ambientale assumono un ruolo centrale. Ogni progetto diventa un’esplorazione utilizzando cose già lì, approfittando dei materiali, al fine di raccontare nuove storie». Des Clics Et Des Calques – France

Angela Deuber, Svizzera
Angela Deuber, Svizzera

«L’architettura contemporanea è definita più spesso dall’assenza di bellezza che alla sua presenza. L’architettura dovrebbe avere origine da un desiderio, un pensiero, da un idea. Ci siamo smarriti nella complessità dell’architettura. L’Architettura è lo scenario dove ha luogo la vita di una società. Quando costruiamo, in senso stretto, costruiamo, in un senso più ampio, la nostra vita. tornare a considerare seriamente i confini fisici. La maggioranza di quanto costruiamo peggiora il nostro ambiente, anziché migliorarlo. Viviamo un tempo nel quale è divenuto impossibile comprendere come sono fatte le cose, mentre dovremmo essere in grado di fare ciò intuitivamente. La costruzione è parte intrinseca dell’architettura; ma dal momento che non costruiamo più con le nostre mani, essa è diventata qualcosa di indiretto, remoto ed alieno. Il mio lavoro è un tentativo di fuggire questa alienazione. La separazione, priva di fondamento, tra idea ed esecuzione corrompe l’architettura. Progettare e costruire devono essere attività inseparabili. Come architetti abbiamo verso la società una responsabilità che dovremmo considerare più seriamente». Angela Deuber – Switzerland

Simone Drost e Eveline Van Veen_Studio Drost Van Veen, Paesi Bassi
Simone Drost e Eveline Van Veen_Studio Drost Van Veen, Paesi Bassi

«Siamo bombardati da un eccesso di immagini tutto il giorno. Ciò che conta è che gli edifici ci invitano a fermarci e veramente vedere, odorare, sentire, ascoltare e gustare le cose. Se vogliamo davvero dare un contributo sostanziale come progettisti, allora dovremmo preoccuparci del valore dei nostri progetti. Il valore di un progetto sta nel fare scelte di base che devono essere fondate nella ricerca approfondita. L’Architettura deve raccontare una storia. All’esterno, un edificio dovrebbe fare una dichiarazione visiva nell’ambiente, mentre il suo interno deve offrire una particolare esperienza per l’utente. Per ottenere ciò, nei nostri disegni, cerchiamo un campo di tensione. Per esempio, utilizzando forme riconoscibili e trasformandole in forme contemporanee, o utilizzando i contrasti pronunciati. Spesso questo comporta soluzioni spaziali e costruzioni innovative. La corretta scelta di materiali e di colore sono mezzi importanti per l’articolazione di questa visione». Simone Drost ed Evelien Van Veen – Studio Drost Van Veen – The Netherlands

Simona Malvezzi, Italia
Simona Malvezzi, Italia

«Sono interessata a progetti di spazi pubblici, perché la progettazione di uno spazio pubblico significa confrontarsi con molte cose differenti, è un processo complesso: prima di tutto, vi è il contesto storico, allora hai a che fare con la memoria, i monumenti, le questioni politiche. Penso che, lavorando nelle aree pubbliche, si abbia la responsabilità di fare da soli numerose domande e non solo inventare qualcosa di nuovo. Invece di creare nuovi oggetti cerco di lavorare ciò che già esiste. E, naturalmente, si ha a che fare con la molteplicità degli utenti, dei quali bisogna considerare il ruolo centrale come un partecipante attivo dell’esperienza architettonica. L’architettura pubblica deve essere in qualche modo relazionale e partecipativa, perché è prima di tutto sociale. L’architettura puibblica deve essere comunicativa». Simona Malvezzi – Italy

Toshiko Mori, Usa
Toshiko Mori, Usa

«Il mio obiettivo per essere un architetto è semplicemente quello di migliorare la qualità della vita umana. L’Architettura si interseca con la vita quotidiana degli abitanti, i lavoratori, e pubblico. L’innovazione nella tecnologia è integrata nel processo creativo globale per ottimizzare le condizioni dal punto di vista della struttura, dei sistemi ambientali, dell’ecologia e della sostenibilità; e si manifesta con la creazione di un’estetica particolare, semplice ed elegante. Quello dell’architetto è un mestiere complesso e che opera a vari livelli e scale. Il mio interesse è basato sulla triade di materialità, processo di fabbricazione e prestazioni». Toshiko Mori – Usa

Emmanuelle Moureaux, Japan
Emmanuelle Moureaux, Japan

«Le esperienze di colori e strati di Tokyo, dove ero andata come studente e dove poi mi sono trasferita, mi hanno avvicinato a un concetto chiamato Shikiri, che significa, appunto, dividere lo spazio (la creazione) con i colori. Io uso i colori come elementi tridimensionali, come i livelli, in modo da creare spazi, non come un tocco finale applicato su superfici. Questa vivace città è la motivazione, l’aggiunta di emozione al mio progetto. Shikiri dimostra che i colori negli spazi architettonici possono offrire più di uno spazio, ma uno spazio con strati aggiuntivi di emozione umana». Emmanuelle Moureaux – Japan

 

Manar Moursi, Egitto
Manar Moursi, Egitto

«Il mio lavoro attraversa i campi di architettura, urbanistica, design e arte. Il mio obiettivo è quello di creare un lavoro provocatorio e stimolante molto radicato in questo contesto. Fin dalla sua fondazione, Studio Meem ha collaborato con una vasta rete di artigiani, artisti e progettisti, con la convinzione che il dialogo e la cooperazione aumenti le possibilità creative». Manar Moursi – Egypt

 

Kate Otten, Sud Africa
Kate Otten, Sud Africa

«Creare edifici che alimentano lo spirito umano e ispirano l’immaginazione. Raggiungere l’eccellenza in architettura nel contesto specifico dell’Africa. Trovare una risposta adeguata alle specificità di ogni progetto, in termini di programma, sito, esigenze del cliente/utente e specifiche dell’ambiente. Progettare luoghi economicamente, ecologicamente e socialmente sostenibili. Dare alla gente un senso di “appartenenza” e generare un senso di orgoglio negli utenti dell’edificio. Per raggiungere questi obiettivi, il team di lavoro deve essere un’organizzazione non-gerarchica che incoraggia il lavoro di squadra e stimola lo spirito di squadra. E deve credere nella promozione del ruolo delle donne in un settore dominato dagli uomini». Kate Otten – South Africa

Samira Rathod, India
Samira Rathod, India

Ogni edificio è il risultato della somma di soluzioni che riguardano la struttura, i servizi, il costo e la funzione. Se a tutto ciò si aggiunge la poesia, l’edificio diventa architettura. Ogni progetto è l’occasione per lavorare per un mondo migliore, un mondo che è costituito da relazioni tra le persone e tra le persone con il loro ambiente». Samira Rathod – India

 

Patama Roonrakwit, Tailandia
Patama Roonrakwit, Tailandia

«Se è vero che gli architetti sono esperti nella progettazione degli spazi, è anche vero che è necessario il confronto diretto con i committenti perché le esigenze di questi ultimi siano rispettate in modo da non dover effettuare, dopo le realizzazioni, eventuali costose modifiche. Ciò è ancora più importante quando si lavora con i poveri, che non hanno il denaro necessario per pagareeventuali errori. Fare architettura, quindi vuol dire anche collaborazione tra le figure che fanno parte del processo». Patama Roonrakwit – Thailand

Raphaelle Segond, Francia
Raphaelle Segond, Francia

«L’housing è al centro della mia progettazione e in questo contesto, mi pongo sempre le stesse domande. Come possiamo vivere in simbiosi con l’ambiente? Come possiamo vivere in grandi o piccoli spazi? Come avere una bella luce e una vita sana? È importante, nel campo dell’housing, lavorare simultaneamente sull’abitazione collettiva, sulle abitazioni individuali e sulla pianificazione urbana, ovvero, pensare a molte scale, dai mobili alla città». Raphaelle Segond – France

Myryam Soussan, Marocco
Myryam Soussan, Marocco

«In una società consumistica come quella di oggi, anche l’architettura è diventata un oggetto di consumo la cui pratica è orientata verso un approccio commerciale. I risultati ricalcano lo stile di vita e modelli di progettazione tradizionali, in cui i luoghi sono spazi in cui l’uomo difficilmente può identificarsi in modo significativo, e le modalità di costruzione e procedure operative stanno distruggendo il nostro pianeta. Per questo il mio approccio architettonico è di tipo cibernetico e si basa sul rapporto tra gli elementi di un sistema equilibrato (in equilibrio). Gli elementi devono essere il più semplice possibile sui livelli formali e costruttivi, ma devono essere anche in grado di stabilire relazioni complesse tra di essi. L’obiettivo è quello di aumentare le possibilità di interrelazioni compatibili tra i componenti per realizzare molteplici combinazioni formali. Ciò si traduce in un’architettura-sistema dinamico, scalabile e che potenzialmente contiene molte configurazioni spaziali». Myryam Soussan – Morocco

Kerstin Thompson, Australia
Kerstin Thompson, Australia

«Un’abitazione privata o una costruzione collettiva consentono rapporti significativi e connessioni tra persone e il luogo. Il suo valore risiede proprio nella relazione degli elementi di una situazione “costruita, ecologica, culturale”come parte di un tutto più grande. Un argomento in contrasto con la riduzione dell’architettura a icona». Kerstin Thompson – Australia

 

 

Sofia Tsiraki, Grecia
Sofia Tsiraki, Grecia

«Ho gradualmente deciso che volevo diventare un architetto, mentre frequentavo i corsi di pittura e scultura a scuola. Lì ho iniziato a sviluppare un modo di pensare, di vedere le cose, di fare le cose che era, fino ad allora, lontana da me. Ho iniziato una formazione uniforme della “testa”, la “mano” e il “cuore”, un educazione basata sull’esperienza soggettiva e il pensiero razionale oggettivo. Questa combinazione mi ha portato infine a studiare architettura. Penso che oggi, nel mio paese la comunità dell’architettura sembra dare pari riconoscimento al lavoro di designer maschili e femminili. Ma per le donne che decidono di avere una famiglia e, come si sa per essa devono svolgere tanti altri obblighi e responsabilità, devono lavorare il doppio per raggiungere gli obiettivi in campo professionale e nella famiglia». Sofia Tsiraki – Greece

Rula Yaghmour, Giordania
Rula Yaghmour, Giordania

«Nato in casa di un architetto, il mio incontro con l’architettura è arrivato molto presto. Ricordo schizzi di scuole e ospedali, verde, parchi che avrebbero cambiato il panorama della mia città. Al college, poi, i sogni utopici erano ancora più nutriti e le mie soluzioni architettoniche erano azzardate, ma per me l’architettura era sinonimo di cambiamento, Tuttavia, crescere in Medio Oriente – una regione alle prese con questioni politiche economiche, sociali – significa dover fare i conti con un’altra “realtà” nell’architettura. Così ho creato una strategia di fuga e ho iniziato a lavorare su scala minore in progetti sociali. Ma questo mi ha riportato a fare architettura con una maggiore consapevolezza. Per me l’architettura è la sintesi dei desideri individuali e collettivi, il contesto, l’adeguatezza culturale e ambientale e mezzi tecnologici in grado di adattarsi specificamente a ciascuna proposta. Credo che l’architettura debba rivedere le priorità e avvicinarsi alla gente per diventare un processo liberatorio». Rula Yaghmour – Jordan

Michaela Wolf, Italia
Michaela Wolf, Italia

«Per me, l’architettura è un processo di costruzione in corso, un rapporto con il paesaggio. Ma è nella comprensione del pensiero umano e nel suo modo di vivere che ho trovato il mio interesse più profondo. Cerchiamo di raccogliere elementi costruttivi della tradizione locale e di guardare alla storia con la prospettiva per il futuro. Materiali e oggetti ritrovati in cantiere potrebbero avere un valore speciale che influenzano il processo di progettazione. Durante i lavori all’interno di un edificio esistente, il nuovo entra in dialogo con il vecchio, anche se il nuovo rimane riconoscibile come tale e rivendica la sua posizione». Michaela Wolf – Italy

Zoka Zola, Usa
Zoka Zola, Usa

«L’oggetto di studio varia da progetto a progetto, ma ci sono degli elementi comuni in tutti i nostri progetti. In ogni progetto, ad esempio, c’è il desiderio di dare alle persone nuove esperienze profondamente appaganti, come quella di rendere gli spazi di incontro tra le persone autentici. C’è anche il desiderio di capire il giusto rapporto tra architettura e la natura. Dedichiamo molto tempo all’equilibrio tra gli elementi, materiale o non materiale, nella speranza di dare vita al progetto». Zoka Zola – Usa

 

 

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