Conoscenza al cubo

I musei scientifici sono fra i manifesti dello spirito del popolo americano, ma Thom Mayne pone un interrogativo sulla discrasia fra le potenzialità del pensiero razionale e la realtà del mondo tecnologico.

 

Il Museo sorge al centro di Victory Park, area in trasformazione a ridosso del centro urbano (foto di Morphosis Architects)

 

«Ispirare le menti attraverso la natura e la scienza»: questa la missione del Perot Museum of Nature and Science, che ha affidato a Morphosys Architects il progetto per la nuova sede, un’opera del valore di 185 milioni di dollari che sarà completata all’inizio del 2013 con certificazione Leed Gold. L’edificio sta sorgendo poco più a nord della downtown, lungo la Woodall Rodgers Freeway, all’interno del Victory Park, un’area urbana in rapida trasformazione della quale costituirà uno dei principali luoghi di interesse, introducendo una presenza enigmatica nel rarefatto landscape dominato da anonimi monoliti. Il compatto volume del museo, alto oltre cinquanta metri, si eleva sopra un ampio basamento dalle forme sinuose e aperte che raccorda i diversi percorsi di avvicinamento, ricoperto da un giardino asciutto, composto da rocce native e vegetazione desertica, e da un brano di foresta autoctona.

Vista sud-est dalla Woodall Rodgers Freeway, la principale arteria urbana (foto di Morphosis Architects)

I due ecosistemi si sviluppano attorno alla piazza urbana che prelude l’ingresso all’edificio, attrezzata con gli spazi di relax e ristoro per il pubblico e predisposta per ospitare eventi collettivi, protetta dai cocenti raggi solari dall’ombra proiettata dalla sovrastante massa del museo. Dopo il transito in questo spazio protetto e compresso, nell’atrio a tutta altezza il visitatore sperimenta l’estensione degli ambienti interni, vero e proprio paesaggio architettonico caratterizzato da forme fluide e dinamiche, intersecate da superfici trasparenti e attraversate da percorsi verticali meccanizzati. Il netto contrasto fra luci e ombre, spazi chiusi e rari squarci visuali verso la metropoli accompagna il pubblico durante tutto il percorso espositivo, articolato su diversi livelli sovrapposti che ospitano una decina di gallerie tematiche dedicate a diverse discipline scientifiche (biologia, astronomia, geologia, zoologia, informatica, eccetera).

L’atrio d’ingresso si sviluppa a tutta altezza, scandito dai percorsi interni (foto di Morphosis Architects)

Il progetto museografico promuove un approccio attivo alla conoscenza scientifica, basandosi sul principio che l’esperienza diretta (hands-on) è più efficace di qualsiasi dotta spiegazione: gli oggetti esposti convivono con installazioni audiovisuali, chioschi interattivi e diorami d’ambientazione. «Abbiamo rifiutato la nozione tradizionale di architettura museale come sfondo neutro per le esposizioni, proponendo il nuovo edificio e le aree circostanti all’aperto quale strumento attivo per l’educazione scientifica» spiega Thom Mayne, leader del gruppo di progettazione. «Il nostro obiettivo è creare una struttura che ispira consapevolezza nelle discipline scientifiche, attraverso ambientazioni  che coinvolgono immediatamente il visitatore in una serie di esperienze percettive e intellettive, suscitando quella meraviglia e quella curiosità necessarie a rinvigorire le menti e a stimolarle nella vita quotidiana».

Tutti i livelli sono affacciati sull’atrio d’ingresso, unico spazio aperto verso l’esterno (foto Morphosis Architects)

Le aree espositive sono affiancate da un “children’s museum” con area di gioco all’aperto e da numerosi spazi di supporto alle attività divulgative e didattiche promosse dall’ente di gestione fra cui laboratori, un ambiente per mostre temporanee, l’auditorium e la sala per spettacoli cinematografici tridimensionali. Metafora del rigore scientifico e dello sviluppo tecnologico, l’opaca massa cubica del corpo in elevazione riprende una lezione che risale a F.L. Wright denunciando l’indifferenza dell’edificio rispetto all’ambiente urbano, senza per questo rinunciare alla ricerca e alla sperimentazione insiti nella missione – e nel nome stesso – dello studio.

Uno dei percorsi verticali meccanizzati, affacciato verso la downtown (foto di Kilograph)

La volontà di fare propria la cultura del committente, trasfondendo così significato al progetto, è drammaticamente dichiarata dal volume obliquo che trafigge la spessa corazza di calcestruzzo sul fianco sudorientale, presentando ai visitatori in transito sulla scala mobile l’ininterrotto, ottuso flusso meccanico della vicina l’autostrada. La piastra di basamento è anch’essa bordata all’esterno da superfici in conglomerato, plasmate in forme più morbide ma non per questo meno dure alla vista, a protezione di quei lacerti di naturalità chiamati a radicare concettualmente l’edificio – e il suo intrinseco positivismo – nell’aspra realtà propria del territorio texano. Mai come in questo caso, dopo averne introiettato le motivazioni, Mayne sembra mettere in discussione le ragioni stesse dell’opera architettonica, costringendo funzioni e attività costitutivamente aperte alle relazioni con il mondo e la società all’interno di una sorta di silenziosa «fortezza delle scienze».

La pelle di cemento

L’involucro in calcestruzzo risponde alla primaria esigenza di conferire all’edificio una notevole massa termica, per proteggere gli spazi interni dagli effetti del notevole irraggiamento solare, creando al contempo ambienti neutri adatti ai differenti allestimenti. La tipologia del rivestimento esterno, rimasta indeterminata per gran parte del percorso progettuale, è un pesante manto composto da 655 pannelli prefabbricati, agganciato a una sottostruttura metallica sorretta dallo scheletro portante, anch’esso in conglomerato cementizio. Il disegno delle striature concave e convesse sulle superfici a vista è stato messo a punto realizzando prototipi in scala 1:1, fino a individuare l’effetto ricercato, ridisegnato in studio utilizzando un software di modellazione informatizzata (bim) poi impiegato in stabilimento per la produzione.

Sviluppo geometrico delle quattro facciate verticali della torre espositiva (foto di Morphosis Architects)

 

Processo artigianale

Il mix design del calcestruzzo usato per realizzare i pannelli di rivestimento è scevro da pigmenti e cemento bianco, per denunciare la cruda composizione materica delle facciate, anche a costo di riportare sui prospetti le differenze cromatiche e la naturale chiazzatura dei calcestruzzi gettati senza additivi particolari. I casseri (dimensioni variabili da 8 a 30 metri) sono stati realizzati con tradizionali assi di legno, per contenere i costi di produzione: al loro interno sono state inserite matrici in materiale plastico, anch’esse prodotte mediante bim, per ottenere gli incavi e i rilievi desiderati che, più densi alla base, si diradano al crescere dell’altezza delle facciate. Per la realizzazione dei circa ottanta fra pezzi d’angolo e con curvatura più accentuata, è stata gettata dapprima l’ala più corta del pannello, ribaltandola a presa avvenuta per gettare l’ala più lunga, rifinendo infine il giunto a freddo. In questo caso il fattore centrale della qualità del prodotto finale non è la tecnologia, ma l’abilità delle maestranze specializzate.

Thom Mayne, Morphosys

Morphosis Architects ha indirizzato la propria ricerca progettuale verso edifici e ambienti urbani dalla concezione e dall’immagine estremamente innovativa. Fra le più importanti e recenti realizzazioni dello studio si segnalano la Phare Tower (Parigi), la sede di Cooper Union (New York) e il San Francisco Federal Building. Entro il 2015 è previsto il completamento del nuovo Centro Direzionale Exploration & Production di Eni a San Donato Milanese. L’attività professionale è diretta da Thom Mayne (Medaglia d’Oro Aia 2000; Pritzker Prize 2005) dalla sede di Los Angeles; altri uffici a New York City, Parigi e Shanghai seguono importanti progetti ovunque nel mondo. Fondatore del Southern California Institute of Architecture (Sci-Arc), Mayne è attualmente docente alla Ucla e ha insegnato alla Columbia University, ad Harvard, a Yale, al Berlage Institute di Amsterdam e alla Bartlett School of Architecture di Londra.

Scheda
Perot Museum of Nature and Science
Committente
Museum of Nature & Science, Dallas (Tx), Nicole Small (Museum of Nature & Science), Frank-Paul King (Museum of Nature & Science Board of Trustees), Forrest Hoglund (Leadership Committee)
Architettura
Morphosis Architects
Design director
Thom Mayne
Project principal
Kim Groves
Project manager
Brandon Welling
Project designer
Aleksander Tamm-Seitz
Project team
Kerenza Harris
Design museografico
Ralph Appelbaum Associates, Paul Bernhard Exhibit Design & Consulting of Houston and Marina Del Rey, The Science Museum of Minnesota
Paesaggio
Talley Associates
Statica
Datum Engineers, John A. Martin & Associates
Impianti
Buro Happold
Illuminotecnica
Office for Visual Interaction
Coordinamento locale e sostenibilità
Good Fulton & Farrell
Ingegneria civile
Urs Corporation
Sicurezza e antincendio
Jim W. Seally Architects
Geotecnica
Terracon Consultants
Viabilità
DeShazo Tang
Accessibilità
Access By Design
Trasporti verticali
Barbre Consulting
Controllo costi
Davis Langdon  Martino Paradiso

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