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Fabbrica Campari

Luogo: Sesto San giovanni (MI)

Committente: Davide Campari Milano Spa

Progettista: Arch. Mario Botta - Arch. Giancarlo Marzorati

Impresa di costruzione: Moretti Contract srl

Progetto facciate: Focchi spa

Superficie costruita mq: 25.923

Fabbrica Campari
La Campari torna alle origini con una nuova sede a Sesto San Giovanni, luogo storico della produzione.
24 Giugno 2009
La Campari Spa ritrova la propria sede storica a Sesto S. Giovanni, la città che ha ospitato per più di un secolo i luoghi della produzione. Risale al 1904 l’insediamento della Davide Campari nel lotto, oggetto oggi di una importante trasformazione voluta dalla società, realizzata da Moretti Contract e disegnata da Mario Botta e Giancarlo Marzorati. L’intervento nasce dalla volontà di recuperare l’area e l’edificio storico col proprio carico di memoria, di saperi, di competenze e di intelligenza produttiva, e di tenere a Sesto il cervello direttivo della multinazionale. “In circa due anni dall’inizio dei lavori anni gli uffici della Campari hanno potuto traslocare da via Turati, a Milano, nella sede storica che ospiterà anche il Museo di Impresa e una grande lobby per mostre ed eventi culturali”, dichiara Vittorio Moretti, presidente di Moretti Spa. “Il Programma integrato di intervento che sta alla base della trasformazione dell’area Campari, prevedendone la riqualificazione del tessuto urbanistico, edilizio e ambientale - precisa Giancarlo Marzorati, autore del progetto urbanistico dell’intervento – è un piccolo tassello in una grande città in via di trasformazione. Le dimensioni contenute del lotto (28mila mq) hanno semplificato notevolmente le operazioni”.

Il progetto

Il volume che contiene gli uffici Campari a Sesto S. Giovanni si staglia imponente con i suoi 38 m. di altezza su via Gramsci e incastona un brano dello stabilimento storico, una piccola testimonianza del patrimonio archeologico industriale italiano, chiusa sui fronti laterali da nuovi tamponamenti in cotto, nobilitati da due bassorilievi ideati da Mario Botta, evocativi delle icone disegnate da Depero per Campari. La citazione è inglobata nella parete ed è resa evidente dal riverbero della luce del sole, che illumina nelle varie ore del giorno con incidenza diversa i mattoni ora posati a filo ora inclinati. Botta attraverso il bassorilievo recupera la memoria storica dell’azienda e l’identità della comunità sestese, lanciando un ponte ideale tra passato e futuro, tra campagne pubblicitarie del ’900 e architettura del nuovo headquarter. L’edificio si colloca in una posizione strategica, a breve distanza dalla linea del metro, in una strada di grande transito e contorna la minuta facciata in stile liberty dell’antica fabbrica. Il prospetto principale su via Gramsci mostra un forte carattere simbolico, presentandosi come una grande porta, che interrompe col proprio carattere monumentale il continuum urbano e lascia intravedere attraverso la geometria dei tagli l’articolato incastro dei prismi, volumi puri in cotto, fortemente materici, incisi da volumi leggeri in vetro. Sul fronte di via Sacchetti superata la monolitica soluzione d’angolo con via Gramsci, l’attacco a terra dell’edificio è stato alleggerito dalle trasparenze del vetro, per librare in aria i volumi sovrastanti carichi di materia e di colore, che suggellano il forte rapporto dell’opera architettonica col territorio: il rosso dei mattoni, con cui si foderavano gli altiforni, era una nota cromatica molto diffusa nella città di Sesto e il recupero di questo peculiare carattere morfologico permette l’interazione tra l’architettura e il luogo, la sua storia, le sue tradizioni. La corte interna, definita dall’intersezione ad L dei due imponenti prismi rettangolari modellati in negativo da volumi trasparenti, è caratterizzata dalla copertura a prato del tetto della lobby che, con i suoi archi rampanti radicati nel terreno, modella l’andamento altimetrico del giardino degradante fino alla refletting pool, una sottile lamina d’acqua che aggiunge note di leggerezza e trasparenza all’intorno, dominato dalle tonalità del rosso delle cortine murarie e del verde dei giardini pensili e del parco.

Il modulo flessibile: maglia strutturale, compositiva e funzionale

Il progetto distributivo dell’edificio rivela la filosofia progettuale di Botta che si muove entro i confini chiari e precisi dei due solidi primari delimitanti l’isolato, all’interno dei quali opera per sottrazione di volumi, generando delle planimetrie molto varie, pur nel rispetto quasi ossessivo del modulo costruttivo 1.50 x 1.50 m. Tutto l’impianto prende forma dal modulo, nucleo primordiale ideato per dimensionare la cellula minima dell’ufficio della larghezza di 3metri per una profondità costante di 4.50 m. Il modulo da 1.50 consente, ad esempio, di dividere il corpo uffici su via Sacchetti - profondo 18 m. - in tre moduli da 6 m., di cui quello centrale è occupato da scale e vani di servizio, mentre gli altri due moduli ospitano gli uffici, che hanno profondità standard di 4,50 m. e larghezza variabile con corridoi da 1,50 m.

Intervista a Mario Botta

Come si relaziona il suo progetto con la memoria del luogo?
In società urbane come quella di Sesto, attraversate dalla globalizzazione e alla dismissione industriale di fine secolo scorso, la ricerca della propria identità passa inevitabilmente attraverso il senso di appartenenza al proprio territorio, di riconoscimento del proprio passato. C’è la necessità nell’uomo di trovare la propria storia, il proprio essere, e il compito dell’architetto è quello di ricostruire la memoria e di partecipare alla ricerca della bellezza, che impone una ricerca di condivisione, di sperimentazione dello spazio, anche di quello che non si vive ma si attraversa, che non si utilizza ma custodisce valori profondi dell’immaginario collettivo. Abbiamo lavorato così per la città parlando il linguaggio della cultura della storia. A Sesto era importante conservare traccia dell’antica fabbrica e restituirle monumentalità, perché un’architettura non manifesta il proprio valore espressivo attraverso le funzioni che soddisfa o il codice estetico a cui si riferisce, ma attraverso le relazioni spaziali ed emotive che riesce a stabilire col proprio contesto.

In realtà si tratta di un vero e proprio intervento urbano in un tessuto molto compromesso e stratificato…
Questo è un progetto tipicamente europeo. Dove priva giaceva la vecchia fabbrica della Campari che era ormai obsoleta, è stato ridisegnato un intero isolato che comprende la vecchia fabbrica di cui è rimasta la vecchia testata principale, ora trasformata in museo per la Campari, e una grande piazza coperta, che potrà essere utilizzata come spazio polivalente, sui margini invece è stata pensata l’edificazione di alloggi privati. La cosa interessante è che restano ancora 4000 mq di parco pubblico oltre ai parcheggi sotterranei. E’ quindi un disegno interessante perché tutto l’isolato, con un lunga storia, assume ora una nuova ricucitura urbana. Diventa un segnale di grande forza, come i vecchi uffici che diventano i nuovi uffici della Campari.

Le facciate sono infatti molto “iconiche”
Ci sono due facciate, quella costituita nella parte sotto del vecchio edificio della Campari che sopra diventa un grande ponte passante con gli uffici, e la struttura a L lungo la via Sacchetti dove è collocata la gran parte degli uffici. Per la facciata ho scelto il rivestimento con tavelle di cotto orientate a 45 gradi e a volte usate in modo piatto, come frangisole. Questo rivestimento in cotto crea una nuova superficie-immagine verso la città.

C’è molta cura per il dettaglio costruttivo, non comune rispetto ai consueti interventi immobiliari
Tutta l’opera, dove la Moretti ha realizzato gli elementi costruttivi con grande qualità di dettaglio, è stata pensata per essere goduta ai vari livelli dei piani di vita, offrendo suggestivi scorci da ogni angolo dell’edificio. La cultura architettonica ha come fine quello di organizzare lo spazio di vita dell’uomo e attraverso questo strumento dargli un po’ di gioia di vivere in più. Siamo ancora vincolati al modernismo con la forma che deriva dalla funzione ma in realtà la forma, la bellezza prescinde dalla funzione che vi alloggia. L’obiettivo vero è stato dunque la ricerca della bellezza, che richiede momenti di conoscenza, di condivisione, di sperimentazione dello spazio, cosa differente dall’architettura preda del consumo mediatico, elemento di speculazione, di appagamento, di consenso diffuso negli ultimi anni.

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