Home for all. Lo spazio comune per abitare l’emergenza

Il paesaggio surreale del post-tsunami delimita il padiglione del Giappone; i progetti esposti riutilizzano i tronchi abbattuti dall’acqua per la ricostruzione di una città che non esiste più

Nel padiglione giapponese, curato da Toyo Ito, il tema del common ground viene interpretato come ricerca di architetture per vivere e socializzare in territori all’apparenza inabitabili. Il progetto, sviluppato in collaborazione con tre giovani architetti ed un fotografo giapponesi, ha visto la partecipazione degli abitanti, all’insegna di un’architettura condivisa.

di Carlotta Marelli

Il team coordinato da Toyo Ito. Da sinistra: Kumiko Inui, Toyo Ito, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto, Naoya Hatakeyama (fotografo). Foto di Naoya Hatakeyama

Il padiglione giapponese, curato da Toyo Ito, con il coinvolgimento di tre giovani architetti già affermati sulla scena internazionale,  Kumiko Inui, Sou Fujimoto e Akihisa Hirata, ed il fotografo Naoya Hatakeyama, che hanno sviluppato un progetto collettivo per dimostrare che è ancora possibile abitare nei territori distrutti dagli eventi sismici.

Toyo Ito, il Leone d’oro e i giovani architetti che hanno collaborato al progetto Home for all

Il progetto Home for Hall, vincitore del Leone d’oro per la migliore partecipazione nazionale, ha visto la collaborazione ed il coinvolgimento della popolazione locale, configurandosi così, oltre che esperienza professionale, anche esperienza umana: il padiglione mostra un viaggio all’interno della cittadina di Rikuzentakata, scomparsa in seguito agli eventi catastrofici del 2011 e risorta grazie ai suoi abitanti, che si sono organizzati con abitazioni provvisorie, suggerendo e proponendo idee ai progettisti durante un workshop di oltre sei mesi.

Un altro esempio di abitazione realizzato con i tronchi di albero

La ricerca del common ground si è qui tradotta nella ricerca di architetture che aiutino a vivere in territori apparentemente inabitabili, sviluppate in modo da contaminarsi con tipi abitativi spontanei, utilizzando materiali di recupero ritrovati fra le macerie.

Un ulteriore obiettivo del progetto è stato creare una sorta di piccolo salotto collettivo, un luogo primario di spazio pubblico che consentisse alle persone di stare insieme: spesso infatti i progetti per l’emergenza si preoccupano eccessivamente della privacy, dimenticandosi gli spazi della socializzazione.

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