Il Mast di Labics: la città nella città

Il momento dell’inaugurazione il 4 ottobre 2013 (di Tino Grisi)

La metamorfosi delle aree produttive  porta a ripensarne i caratteri  attraverso la compresenza funzionale di servizi all’innovazione e la messa in forma di architetture-sistema in grado di captare e indirizzare modi arricchiti di esistenza urbana.

La calata del nastro (di Tino Grisi)

Mast è l’acronimo di Manifattura di Arte Sperimentazione e Tecnologia: identifica un centro multifunzionale che mira alla riqualificazione di alcuni servizi aziendali e a creare nuove oppurtunità di fruizione comune con la cittadinanza.

Francesco Isidori e Maria Claudia Clemente_Labics

«L’intervento consiste nella realizzazione di un edificio multifunzionale. L’aspetto principale della progettazione è stato mettere assieme tutte le funzioni così da rendere più forte e precisa l’immagine dell’edificio, reso unico e collegato al suo interno attraverso i percorsi che lasciano fluire uno spazio nell’altro. Ogni porzione rimane volumetricamente riconoscibile come elemento a se stante, però tutte sono assemblate in una unità molteplice che non si identifica con nessuna delle attività ospitate, bensì è in grado di rappresentarle tutte»  Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori (Labics)

Disegno che evidenzia l’apertura volumetrica di Mast (foto dello studio Labics)

 

L’edificio in cui ha sede, nel quadrante nord-ovest della città di Bologna, è il caso realizzato più recente di “sostituzione urbana”: in un comparto del complesso industriale G.D – Gruppo Coesia aperto tra le abitazioni del quartiere Santa Viola è stato ora inaugurato un movimentato oggetto architettonico esteso su una superficie complessiva di 25mila metri quadrati che accorpa tutte le destinazioni previste sotto la sembianza di un rivestimento continuo di fatto monomaterico e pressocché monocromo.

I livelli e le funzioni dell’edificio (foto di Tino Grisi)

Mast risulta così una costruzione straordinaria nel contesto italiano: il programma complesso si realizza in una perfetta continuità di materia spazio e percorsi. Va anche detto che, nel mondo, Mast è un’architettura che ne ricorda tante: i precisi rapporti che i suoi volumi tra loro stabiliscono e l’asciuttezza del dettaglio non arrivano a incantare e commuovere.

Isabella Seràgnoli

«Mast, come iniziativa privata aperta alla collettività, ha l’obiettivo di creare bene comune per le persone. Le imprese hanno un importante ruolo sociale e lo scopo è creare un ponte tra comunità aziendale e partecipazione dei cittadini per realizzare progetti che promuovano imprenditorialità e innovazione» Isabella Seràgnoli, presidente Coesia

Il poliedrico sporto dell’auditorium (foto di Tino Grisi)

 

Quando dalla “facciata” è scivolato il drappo rosso, versione hi-res del nastro da taglio inaugurale, il passo e lo sguardo di una miriade di visitatori, sinceramente attratti dall’evento, hanno preso possesso di tutte le aree incastonate nel continuo fluire dei nuovi spazi (tre livelli fuori terra su tre piani interrati a parcheggio).

Il volume aggettante verso la rampa d’accesso (di Tino Grisi)

Quasi risucchiati dell’apertura volumetrica del fronte urbano su via Speranza – dove tre poliedri aggettanti lambiscono il vuoto interstiziale tra le diverse quote, fasciati da quell’opalescente sostanza vitrea che incappa in tratti lamellari e solo l’illuminazione notturna permette di distinguere in sezioni opache e trasparenti – si raggiunge Mast lungo la colonna vertebrale di percorsi che ne strutturano la forma, a partire dalle gigantesche rampe pedonali salenti dalla strada, insieme via di continuità e segno di aulico distacco dall’edilizia di fronte  che rimane neorealisticamente inquadrata dalla profondità del piano sporgente e dalla quale sembrano essere prese a prestito le ringhiere appena poggiate come un lavoro ancora in corso.

La schermatura di un loggiato (fot di Tino Grisi)

 

Romano Prodi

«Mast è una grande occasione, un’iniziativa unica e del tutto sorprendente che sarà a disposizione di una città che ha bisogno di luoghi d’incontro. Bisogna dedicare tutte le energie all’attivazione di questo progetto, è necessario sapere che qui ci si può confrontare per dialogare e crescere assieme» Romano Prodi

Variazione dell’involucro (foto di Tino Grisi)

 

Dentro, posso prendere la bella, maestosa scala che si avvolge su calligrafici rami in cemento a vista, oppure girare per la “Gallery”, uno spazio espositivo “dedicato all’esplorazione dei processi di innovazione tecnologica e imprenditoriale” dove si può osservare, muovere e salire, scoprendo quella continuità spaziale nella differenza degli ambienti che fa di questa sezione del Mast un convincente, e sempre raro, esempio di Raumplan.

vista della scala principale (foto di Tino Grisi)

L’ascesa porta all’attico della “Academy” dove si affiancano il generoso luminoso foyer dell’auditorium – la sala da 400 posti che fuori s’era intuita come presenza tagliata a trapezio, retta da una selva di colonne in cemento con base in acqua (tipo – raddrizzato – Fieramilanorho) e dentro appare in delicata boiserie tranciata da ferree aste imbullonate (un po’ fin de siècle – XIXème siécle) – e le aule a vari tagli  per la formazione aziendale e la cooperazione scolastica.

Luca Cordero di Montezemolo

«Vivo a Bologna, anche se vi passo poco tempo. L’iniziativa è stata coraggiosa e lungimirante, frutto dell’ingegno di molte persone e della caparbietà della sua ideatrice. Forse anche troppo avveniristica per la città, ma stare fermi ora vorrebbe dire tornare indietro» Luca Cordero di Montezemolo

Interno del nido d’infanzia (foto di Tino Grisi)

Per vedere altro bisogna sgattaiolare giù per un’altra scala e trovarsi di fronte al giardino laterale, nel nido d’infanzia, brillante sintesi di sapienza metodologica locale (Reggio Children) e influenze nordiche in una serie di bolle vitree protette da un fronte scandito da frangisole in baguette di ceramica colorata.

La vetrazione monocroma e il corpo colorato del nido d’infanzia (foto di Tino Grisi)

E ancora abbiamo il “Wellness” che usa gli spazi sottorampa e l’ampio comparto ristorativo dotato di terrazza. Quando ci si affaccia sul lato interno, collegato da un passaggio continuo che affianca le rampe, si scopre un’improvvisa compattazione dell’edificio che si rivolge al comparto produttivo con una monoliticità da “capannone”, ravvivata dal variegato distacco da terra del vetro e da uno scalone doppio che apre l’angolo sud-est.

Dettaglio dei vetri serigrafati (foto di Tino Grisi)

Un cenno al dettaglio parietale: l’involucro ventilato mostra di sé, come detto, una scansione di pannelli vitrei verticali uniti da elementari graffe metalliche e serigrafati con un motivo puntiforme che alternandosi e invetertendosi crea la sembianza di un tendaggio; si tratta di un effetto grafico schermante di derivazione industriale che simbolicamente ci porta a concludere con la sintesi che meglio definisce questo ottimo progetto: la capacità di integrare condizioni produttive di innovazione e densità d’uso socio-culturale per approssimarsi a una forma di sopravvivenza urbana armoniosa e serena.

di Tino Grisi

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