| Innovazione e tecnica nel progetto della residenza | < Sommario | |||||||
testo di Maria Argenti e Maura Percoco In un'epoca che coltiva la cultura dell'ossimoro, della contraddizione che si fa sistema, della convivenza degli opposti che non necessariamente si sciolgono in una sintesi, ma piuttosto si perpetuano, è interessante notare come anche l'architettura sia costretta dai tempi e dalla tecnica a misurarsi con uno spazio che non è più statico, ma dinamico, scorrevole, discontinuo. La stabilità diventa instabile; la temporaneità durevole. La contemporaneità diviene il valore di riferimento. Vivere l'attimo, catturare l'istante, trasformarsi continuamente per non rimanere indietro sono gli obiettivi condivisi. A questo processo non resta estranea nemmeno l'idea della casa. Anch'essa cambia, sta cambiando, per rimanere aderente allo spirito del tempo. Ora che la tecnologia le permette relatività un tempo impossibili con soluzioni semplici e innovative; ora che lo spazio virtuale ha acquistato la stessa corporea dimensione di quello reale; ora che i "non luoghi" hanno la stessa forza dei luoghi, e la rete conta più delle radici; l'abitazione collettiva conosce cambiamenti, che sono un insieme di tecniche e di valori. È il concetto stesso di intimità domestica che si sta trasformando. Per rispondere alle esigenze della contemporaneità, l'architettura chiede ad una tecnologia sempre più potente risposte sempre più nuove e flessibili. Risposte che fanno della casa stessa un meccanismo variabile e individuano anzi, proprio nel meccanismo, nella sua capacità di adattarsi alle più diverse esigenze individuali o collettive, il centro del sistema, lasciando in secondo piano la forma (mutevole), i modelli tipologico formali (sorpassati), gli schemi (troppo statici). Persino le regole strutturali classiche sono messe in discussione da una tecnologia che, se lo ritiene utile, può contraddirle. La stessa standardizzazione cambia codici e livello. Non comporta necessariamente una omologazione estetica e tipologica. Appare al contrario la leva con cui poter mettere in discussione il sistema del pensiero unico alimentato dal marketing pubblicitario. Scende ai componenti primari. Permette, teoricamente, infinite possibilità combinatorie all'interno del medesimo standard. Realizza e proietta verso un futuro ancora più innovativo la profezia corbuseriana della casa come machine à habiter senza metterne in discussione la domesticità. Permette ad ognuno di ritagliarsi il proprio habitat domestico su misura, di superare il concetto di spazio architettonico come qualcosa di fisso, immutabile, congelato per sempre. E di costruire spazi che cambiano con noi, che si adattano alle nostre sempre nuove esigenze. Spazi unici. Personalizzati dai singoli abitanti chiamati a completare in un processo senza fine, un work in progress, il lavoro del progettista. Spazi dinamici, sempre indeterminati e mai finiti, come le 28 residenze di Steven Holl a Fukuoka, dove gli interni sono variabili, interattivi; e i muri, "participating walls"1, riordinano gli ambienti domestici. Muri a cerniera, che possono essere spostati a piacimento fino a far scomparire ad esempio (attraverso il meccanismo delle pareti rotanti) anche l'angolo di una stanza. Così lo spazio "aggiustabile" diventa vivo, dinamico e contingente. La radicalità delle innovazioni tecnologiche modifica persino la struttura sociale, introduce bisogni e desideri nuovi che si traducono in modi di vivere e di intendere lo spazio domestico. L'intensificarsi delle interrelazioni sociali, la mobilità urbana, l'uso del tempo, la flessibilità strutturale dell'economia, mettono in discussione la validità dei principi di permanenza e di immutabilità propri dell'architettura tradizionalmente intesa. Avvalendosi delle possibilità offerte dall'applicazione di tecniche nate in altri campi di ricerca e di materiali diversi, l'architettura accetta il confronto con il movimento e la temporaneità della forma costruita, appropriandosi sempre più della dimensione cinetica che fu propria delle sperimentazioni più utopiche e provocatorie del Movimento Moderno. Le dimensioni di trasformabilità e di "instabilità", in quanto concetti appropriati alla vita dell'uomo, vengono progressivamente recepite nel pensiero progettuale dello spazio domestico e nel modo di relazionarsi di questo con l'ambiente esterno. I requisiti di flessibilità ed adattabilità sono alla base del progetto di alcune recenti realizzazioni di complessi residenziali dove la sperimentazione si spinge fino al superamento totale dell'approccio tipologico. Nell'impianto interno il concetto moderno di pianta libera, applicato alla disposizione planimetrica dei diversi ambienti monofunzionali rispetto agli elementi fissi della struttura, è sostituito da quello di pianta libera di cambiare. "Le plan libre" di Le Corbusier diviene pianta flessibile, la "macchina per abitare", macchina per vivere. Lo spazio che il progettista è chiamato a concepire non deve assolvere solo alle funzioni codificate dello spazio domestico, ma piuttosto essere in grado di assecondare i bisogni presenti e futuri, quindi non prevedibili, di un nucleo familiare concepito non più in termini generici, ma specifici. Gli ambienti unitari offrono le maggiori possibilità di trasformazione. In essi gli elementi permanenti sono ridotti al minimo. Un pilastro, una parete divisoria e un blocco compatto di servizi concentrati in superfici minime sono gli unici ingombri fissi, ad esempio, negli appartamenti realizzati da Helmut Richter a Vienna. Nel progetto di spazi domestici flessibili le stanze intese come spazi predeterminati lasciano il posto ad ambiti d'uso suggeriti dagli elementi d'arredo. Le pareti divisorie prendono ad animarsi: scorrono, ruotano, si piegano, si ribaltano, scompaiono. Tramezzi interni e porte sono sostituiti da telai, binari, cardini su cui sono montati pannelli opachi fissi e mobili, superfici leggere, a tutta altezza con cui l'individuo può inventare e ri-configurare il proprio spazio di vita adattandolo ai cicli notturni e diurni, ad esigenze episodiche o alla modificazione delle propria esistenza. Alla potenzialità di metamorfosi degli spazi interni corrispondono anche all'esterno prospetti altrettanto vitali, che si trasformano lasciandosi ora attraversare dalla quantità di luce naturale desiderata, ora oscurando, ora ventilando gli ambiti domestici. Le pareti perimetrali dei nuovi complessi residenziali sono anch'esse strumenti della libertà creativa degli abitanti che le movimentano. A Parigi, in Rue des Suisses, Herzog & de Meuron, forti delle sperimentazioni compiute a Monaco e Basilea, mettono in opera sul prospetto, tra i solai, una rivisitazione del sistema tradizionale delle persiane, tradotte in lamiera microforata con battente apribile a soffietto e ripiegabile verso l'esterno, per comporre una sorta di armatura che non è solo protezione cangiante delle finestre retrostanti, ma anche rivestimento e delimitazione del blocco edilizio. Il risultato morfologico consiste in una superficie dalla configurazione provvisoria come la vita degli abitanti, in cui la pluralità e la mutevolezza vengono esaltate attraverso i mezzi che la tecnica offre e un uso attento dei materiali. I blocchi monolitici compatti, pesanti, statici, conclusi ed introversi che hanno caratterizzato l'evoluzione dell'housing nel Movimento Moderno, sono oggi sostituiti da involucri leggeri, trasparenti, colorati, morfologicamente aperti, capaci di adattarsi all'imprevedibilità della vita dell'uomo, sensibili all'ambiente urbano circostante per entrare in risonanza con esso, permeabili allo sguardo esterno fino ad apparire inconsistenti. Ne sono esempio il complesso di residenze realizzato da Baumschlager & Eberle a St. Gallen in Svizzera o l'intervento di Architecture Studio nell'XI Arrondissement di Parigi. In quest'ultimo una pelle di cristallo, tesa all'interno di un telaio metallico, riveste e mostra i ballatoi che distribuiscono gli ottantatre alloggi per anziani e i rispettivi volumi di ingresso: l'uso dei colori li rende individuabili, mostrando un'attenzione progettuale al valore umano della diversità. È ancora l'innovazione tecnologica ad aver consentito l'avvio di un processo di frammentazione del volume edilizio unitario in elementi funzionali distinti. Tali elementi, ognuno alla propria scala, si giustappongono nel progetto secondo un sistema additivo di organizzazione per layer. La scelta dei materiali è espressione dell'allontanamento da una architettura pesante, realizzata con sistemi tradizionali, a vantaggio di una progettualità fondata su componenti prodotti industrialmente: metallo o lastre in materie artificiali, opache, traslucide o trasparenti. L'intervento di Kazuyo Sejima nella Prefettura di Gifu in Giappone mostra un primo livello, contenuto e raffinato, di riduzione della compattezza del blocco residenziale e della serialità degli edifici multipiano operata attraverso la corrosione e lo svuotamento e perseguita nell'estroflessione di ballatoi e scale sul prospetto esterno. Questi percorsi, resi leggeri, quasi diafani attraverso l'uso del metallo assumono il valore di segni dinamici diagonali sui prospetti cui si sovrappongono, disegnati dai solai e dalla immensa griglia metallica protettiva. Il volume abitativo, assumendo come unità di base un solo ambiente piuttosto che l'intero appartamento, è ridotto a lama verticale sollevata su setti dal terreno; in essa 107 terrazze private forano lo spessore della rigida disposizione cartesiana degli alloggi che nasconde la ricchezza spaziale della loro sezione. Maggiore è il grado di smembramento tra gli elementi che compongono il complesso residenziale realizzato da Hermann Hertzberger alla periferia di Duren in Germania. La distinzione tra spazi per abitare e sistemi distributivi si arricchisce con l'isolamento della copertura trattata come elemento linguistico autonomo. Un piano orizzontale metallico alleggerito da ampie bucature, sostenuto da esili piastrini in acciaio ancorati ad un alto basamento, costituisce il coronamento fortemente aggettante che protegge ed unifica i volumi sottostanti. La scala ridotta dei 140 alloggi, distinti in tre tipi edilizi di differente altezza ripropone il tema della frammentazione del blocco edilizio. Gli alloggi, ognuno con il proprio ingresso, il terrazzo aggettante, il giardino o la scaletta esterna privata, conservano il carattere di abitazioni unifamiliari che un'abile manipolazione tipologica articola e combina su più livelli modellando volumi plastici dove prevale la presenza del vetro e del vuoto e in cui si insinuano, liberi ed autonomi, corpi scala e ballatoi. L'esigenza concreta di isolare le abitazioni dalla rumorosità della Brunner strasse a Vienna conduce Helmut Richter a perseguire una scissione tra residenze e relativo sistema distributivo per realizzare, avvalendosi dell'uso di vetro e metallo, un ampio muro trasparente quale filtro, barriera al rumore, che contiene nel proprio spessore i ballatoi. In un impianto semplice e chiaro di livelli funzionali stratificati, il muro trasparente si dispone lungo il filo stradale con il suo sistema di percorsi orizzontali; sul lato interno prendono posto gli elementi di collegamento verticale che si sviluppano liberi, in un'asola di vuoto, accanto ai piccoli ponti isolati che conducono in ogni singolo alloggio. Ma quali sono le linee di sviluppo che la sperimentazione sul progetto della residenza collettiva sta indagando? Fino a quale livello può spingersi l'attenzione per l'individualità umana e la flessibilità dello spazio domestico? Quali futuri scenari può generare? MDU Harbors, progetto provocatorio, ma al tempo stesso speculativo e concreto prodotto della fantasia visionaria dei Lot-Ek, architetti di origine italiana che vivono e lavorano a Manhattan, rappresenta forse il punto di approdo più evocativo di possibili sviluppi in materia. Una visione del mondo quale agglomerato di fenomeni tanto naturali quanto artificiali è la premessa concettuale del progetto. "Il nostro interesse primario, è partire dai prodotti e sottoprodotti della cultura sia industriale che tecnologica, dai container e dalle televisioni, dal modo in cui la tecnologia si è introdotta nel nostro mondo. Da questo contesto partiamo (...) e l'interazione del corpo umano con questo mondo è ciò che ci interessa investigare (...)". La loro ricerca si concentra dunque sugli oggetti esistenti, in uso o dismessi, maggiormente rappresentativi della nostra società, al contempo banali ed affascinanti per il potenziale creativo che essi racchiudono. Lot-Ek, compiendo un'operazione artistica di ready-made, lavorano sui prodotti industriali modulari caduti in disuso, caratterizzati da una spiccata qualità volumetrica, quindi architettonica, (vagoni per il trasporto di merci, cisterne d'acqua, betoniere, fusoliere di aereo,...) per ri-vitalizzarli, introdurli in un processo di ri-significazione, manipolarli per conferire ad essi funzione e qualità architettonica quindi riproporli nel mondo delle cose vitali. "Dovunque guardiamo ci sono container industriali - osservano -. Sono oggetti grandi. E molto semplici. Come i blocchi delle costruzioni, possono essere colorati e sono molto solidi. Pensiamo che si possano ottenere dei vantaggi dal loro uso". Ed è proprio il contenitore industriale per il trasporto di merci, concepito come elemento primitivo da costruzione, analogo ai materiali naturali ma appartenente al contemporaneo mondo artificiale in cui è disponibile e pronto all'uso, a costituire l'elemento modulare componente un avveniristico complesso residenziale. Opportunamente manipolato esso può costituire il mattone gigante, l'unità strutturale, formale e spaziale per proporre un nuovo modo di abitare, adatto alle esigenze di vita contemporanea. "Abbiamo osservato individui o coppie che si spostano nel mondo per ragioni diverse (...) e ciò accadrà sempre più in futuro, un numero crescente di persone gireranno per il mondo per un certo numero di mesi oppure vorranno avere una seconda casa che possa muoversi ovunque. Potrà accadere di avere la propria residenza privata a Londra o a New York o in qualsiasi altro luogo, ma quando ci si sposta in giro per il mondo si potrà avere qualcosa che viaggia prima di noi con tutte le nostre cose già pronte". È il concetto di flessibilità ed adattabilità dello spazio domestico estremizzato fino alla mobilità intesa come esigenza di vita dell'uomo informatizzato. Il tema di abitazioni "progettate per muoversi di luogo in luogo (...) non è qualcosa di nuovo, ma esiste da quando l'uomo ha iniziato a costruire edifici", osserva Robert Kronenburg. Rimanda alle case di stoffa dei popoli nomadi, ma anche alla casa del futuro (la "4-D Dymaxion House") ideata nel 1927 da Fuller; alle capsule abitative autonome ed aggregabili proposte dagli Archigram nel 1966 che "autarchiche, altamente flessibili, mobili e non monumentali", descritte da Banham, ritraggono bene gli anni della contestazione; fino ad arrivare alla struttura abitativa sperimentale composta di cellule tridimensionali prefabbricate realizzata da Moshe Safdie all'Expo di Montreal del 1967. E poi ancora, le costruzioni sperimentali dei gruppi di avanguardia presentate all'esposizione di Osaka: la megastruttura di Tange e le capsule abitative intercambiabili del metabolista Kurokawa. È in questo contesto di ricerca sperimentale sulla temporaneità dell'abitare, volta alla proposizione di nuovi modi di costruire e di vivere, che si inserisce MDU Harbor. Significativamente denominato Approdo per unità abitative mobili il progetto consiste in un semplice traliccio metallico multipiano, a scala gigante, statico e standardizzato, profondo come un container (8 piedi) e lungo tanto quanto il luogo lo consente. Corredata da scale, elevatori, ascensori ed impianti la macrostruttura, realizzata nelle maggiori aree metropolitane del mondo, è pensata per accogliere tra le sue maglie componenti abitativi intercambiabili e mobili dotati dei necessari servizi a rete durante il periodo di permanenza. Si definiscono in tal modo colonie abitative aventi configurazione e consistenza dinamica: "Come i pixel in un'immagine digitale, tessiture provvisorie sono generate dalla presenza o assenza delle MDU in ubicazioni diverse lungo l'intelaiatura". La sperimentazione cambia scala procedendo dall'organismo, che è conurbazione urbana a carattere temporaneo, all'elemento singolo del modulo abitativo mobile. Un comune contenitore di metallo per il trasporto delle merci è modificato per ospitare le funzioni domestiche: tagli sui muri spiegano i progettisti - "...generano sotto-volumi estrusi in ognuno dei quali è incapsulata una funzione di vita, di lavoro o di deposito". Similmente a cassetti estraibili dispiegabili dall'interno verso l'esterno, i sotto-volumi ampliano la cellula spaziale del container per predisporla all'uso in assetto di stazionamento "...lasciando l'interno del contenitore completamente libero con tutte le funzioni accessibili lungo i lati". Ripiegati nel nucleo di base facilitano le operazioni di movimentazione in tutto il globo avvalendosi delle comuni reti di trasporto. All'aspetto esteriore che conserva forma e dimensioni standard e mostra ancora le caratteristiche scanalature, il colore dell'industria e i segni dell'uso, corrisponde un interno, cui si accede dal lato minore, che offre la singolare esperienza di ambiente in bilico tra uno spazio unitario ed il percorso distributivo di una sequenza spaziale. Strutturalmente e programmaticamente i sottospazi estraibili si organizzano lungo il corridoio centrale generando due metà bilanciate ed interconnesse che configurano ambiti funzionali doppi del tipo cucina-pranzo; televisione-divano; letto-bagno; lavandino-bagno. Ai sottovolumi disposti lungo uno stesso lato, che contengono le attrezzature corrispondono, sul lato opposto, le estensioni spaziali di supporto. Trasversalmente l'unità è suddivisa in una sezione meno riservata per le funzioni diurne, una intermedia destinata allo studio, lavoro o intrattenimento ed una privata, composta da una camera da letto con bagno, collocata sul lato opposto all'ingresso. Una consistente quantità di armadi e locali di deposito occupa i lati terminali dell'ambiente. All'utente è delegato il compito di dare spazio in relazione ai bisogni ed attraverso il compimento dall'interno di azioni semplici quali spingere o tirare, nei diversi ambiti domestici. Fessure trasversali in cui sono alloggiate lampade fluorescenti disegnano sul pavimento e sul soffitto linee tratteggiate luminose che demarcano le porzioni espandibili dal volume principale. Presentato quale prototipo in una esposizione itinerante partita dal Walker Art Center nel giugno 200310 ed approdata in Olanda al Netherlands Architecture Institute tra gennaio e marzo 2005, Mobile Dwelling Unit e MDU Harbors hanno senza dubbio il merito di comporre un progetto sperimentale attraverso cui l'architettura rivendica quel ruolo vitale, che le è proprio, di esplorare materiali e tecniche nel configurare spazialità nuove unitamente a ottimistiche condizioni di assetto sociale.
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