La Cantina Podernuovo di Alvisi Kirimoto

Facciata ovest: a sinistra si trova la tinaia, a destra il piazzale di lavorazione (foto di Fernando Guerra)

Lungo le colline del Chianti c’è una nuova occasione di confronto fra architettura contemporanea e ambiente naturale. Un edificio per la produzione del vino fa eco con le sue forme alle geometrie lineari dei vigneti.

La cantina, vista da sud-ovest, richiama i colori del paesaggio (foto di Fernando Guerra)

Dalla scorsa primavera la campagna toscana a sud di Siena ospita un esempio di architettura di rara qualità, di raffinata sintesi fra istanza razionale e ricerca estetica.

Il piazzale destinato allo scarico e alla lavorazione delle uve (foto di Fernando Guerra)

Convivono, facendo tesoro l’una dell’altro, nella Cantina Podernuovo a Palazzone (San Casciano dei Bagni) di Giovanni e Paolo Bulgari, realizzata dallo studio Alvisi Kirimoto + Partners di Roma.

Uno dei setti in c.a. che fende il terreno secondo la massima pendenza della collina (foto di Fernando Guerra)

La forza di questo lavoro risiede nell’armonia -sempre meno frequente nella produzione architettonica italiana dal dopoguerra in avanti- fra il dato tecnico, quello tecnologico e quello della sensibilità rispetto alla forma e al suo dialogo con il paesaggio. Funzione, contenuto e veste si fondono in un unico vocabolario.

Pianta della cantina a +1.30 metri

Che parla con chiarezza, che convince. Uno dei motivi per i quali la cantina raggiunge questa sintesi vive nel confronto continuo e diretto fra i progettisti, sensibili a un linguaggio pulito, partorito dai segni del territorio e non da vezzi autoreferenziali, e i committenti, determinati a ricercare coerenza e funzionalità, elementi capaci di interagire con le suggestioni provocate dallo straordinario paesaggio della campagna toscana.

“Le idee sono nate partendo da due elementi: la richiesta di Giovanni Bulgari di rigore ed efficienza e lo sguardo alla natura come elemento dal quale lasciarci suggerire le emozioni da trasferire nel progetto”, racconta Massimo Alvisi.

Avvicinamento alla cantina da ovest. I colori richiamano quelli del paesaggio (foto di Fernando Guerra)

Il senso di questa architettura si coglie in tre momenti successivi e legati fra loro: l’avvicinamento, la lettura del costruito attraverso la decodifica dei segni del paesaggio, l’attraversamento. Procedendo verso la meta, la cantina rimane mimetizzata senza essere nascosta: con i suoi setti color dell’argilla fa eco alle tinte del terreno e delle colline; per distinguerla occorre volerlo, è necessario cercarla con occhio attento.

Vista notturna della facciata est (foto di Fernando Guerra)

La mimesi, qui, non è da intendersi come imitazione della realtà, secondo l’estetica classica, quanto come dialogo fra individualità diverse attraverso un lessico comune (i cui termini sono per esempio la componente cromatica o l’andamento lineare, ora delle vigne ora dei setti che caratterizzano la cantina).

A est la rampa segue la pendenza del terreno e porta alla sala degustazione (foto di Fernando Guerra)

Arrivati al piazzale antistante la cantina e procedendo intorno a essa si percepisce come le scelte portanti del progetto siano frutto dell’osservazione analitica e intelligente del territorio: i quattro imponenti setti in cemento armato, fra i quali si distribuiscono le diverse attività legate alla produzione del vino, riproducono l’andamento lineare delle vigne.

Pianta della cantina all’ultimo livello

“Prima di tutto ho iniziato a guardare le strutture delle vigne -continua Alvisi-. Bellissime. Opere di ingegneria elementare. Tenso-strutture minimal che rimangono nude ed esili d’inverno e piano piano si gonfiano, diventano massa, dividono lo spazio in corridoi verdi che si animano di persone durante il periodo della vendemmia.

La terrazza, in parte pavimentata e in parte concepita come tetto giardino (foto di Fernando Guerra)

Il principio del rigore e la struttura dei vigneti mi hanno guidato nella definizione del segno sul territorio: quattro setti in cemento armato con una giacitura che segue la massima pendenza della collina.”

La cantina vista da est. La passerella conduce ai locali dell’amministrazione (foto di Fernando Guerra)

Attraversando poi la cantina in senso longitudinale, incontrando uno dopo l’altro la zona lavorazione per il prodotto finito, il magazzino per l’imbottigliamento, quello per l’affinamento del vino in vetro con cestoni in acciaio, e poi la tinaia e la barricaia, si ha l’impressione che il lavoro contadino, incentrato sulla lavorazione della terra e sulla cura meticolosa dei suoi frutti, penetri all’interno della cantina insieme ai suoi protagonisti, proprio come accade fra i filari delle vigne durante il periodo della vendemmia.

La sala degustazione, situata a +5.30 metri, con vista sulla barricaia (foto di Fernando Guerra)

In questo senso i setti, che si prolungano in maniera quasi indefinita sul terreno, funzionano come braccia aperte verso l’esterno, quasi a invitare spontaneamente il proseguimento dell’attività sui campi all’interno della cantina. Ma anche come cannocchiali verso le colline toscane: in qualsiasi punto ci si trovi, grazie alla permeabilità longitudinale dell’edificio, è sempre possibile godere della vista sul paesaggio.

Sezione longitudinale della cantina dalla quale sono visibili gli ambienti a doppia altezza

L’idea della sezione aperta è confermata ancora una volta dalla presenza di ampie pareti vetrate che permettono di traguardare, da qualunque punto del percorso portante, tutti gli ambienti della produzione del vino.

Schizzo di Massimo Alvisi

L’aspetto più poetico e interessante di questo lavoro -che rende l’opera di Alvisi e Kirimoto matura e autonoma rispetto al panorama della cultura progettuale contemporanea-  è che l’ambiente costruito non stabilisce con quello naturale un rapporto di forza o di plagio, quanto una consapevole e calibrata coesistenza fra i due dati. È per questo che il paesaggio si esprime in tutta la sua fierezza e al tempo stesso l’architettura mostra l’essenzialità della sua anima materica. Scelta, quest’ultima, per alcuni versi vicina alla lezione di Carlo Scarpa.

 

La distribuzione funzionale

Un corridoio centrale si snoda per tutta la lunghezza della cantina (la cui superficie complessiva è di 4.500 mq) e offre l’accesso ai locali di lavorazione, di stoccaggio, di servizio e impiantistici. Entrando dal piazzale di lavorazione, sulla sinistra, si incontrano la tinaia, la barricaia, il locale cestoni per l’affinamento del vino nelle bottiglie.

Particolare della sala degustazione. Pavimento in cotto e arredi in legno (foto di Fernando Guerra)

Sulla destra si trovano la zona lavorazione per il prodotto finito, il magazzino dei prodotti enologici e per l’imbottigliamento, un altro locale per l’affinamento del vino in vetro con cestoni in acciaio, la scala di accesso ai piani superiori, il magazzino per il lavaggio delle botti. Alla quota di +5,30 metri si apre lo spazio per la degustazione dal quale, attraverso due ampie pareti a vetri, si scorgono ora la barricaia e la tinaia ora la campagna.

La barricaia vista dall’alto (foto di Fernando Guerra)

A partire dalla stessa quota una rampa permette di raggiungere l’ultimo livello a +6.10 metri, dove si trovano il giardino sul tetto, la sala riunioni, la zona ufficio con sei postazioni, i servizi.

di Cristina Berdondini

Scheda
Cantina Podernuovo a Palazzone di Giovanni e Paolo Bulgari
San Casciano dei Bagni, Italia
Committente
Podernuovo a Palazzone di Giovanni e Paolo Bulgari
Progetto
Alvisi Kirimoto + Partners
Strutture
Esaprogetti – Cianfrini
Tecno Studio – Lattini
Impianti elettrici e meccanici
Studio Tecnico Emanuele Mucci e Fabrizio Corridori
altri consulenti
Pupo (impianti di processo)
Toscana Project (project management)
Impresa
Alto Società Cooperativa
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