L’architettura e lo zen

 

Il “cardo” di ingresso: a destra la vasca d’acqua a sinistra il campo con il filare

Ando: l’architettura e lo Zen.

Ando: legno, pietra, ciottoli, cemento a vista -come pietra-, vetro -come aria-, luce e acqua, tutti “materiali” concorrenti e amalgamati.

Ando: i segni arcaici della tradizione simbolista giapponese: punti, linee, cerchi, piani: archetipi densi di significati, radicati nel comune immaginario.

Ando: gli spazi del silenzio, dove anche l’acqua che scorre non produce suono, o viceversa gli spazi in cui non si può parlare perché parlano le cascate che coprono le voci (il museo di Osaka e il giardino delle arti a Kyoto). Ando: erede attento di Le Corbusier del cemento a vista, del brutalismo di Maekawa, rarefatti da Kahn, nei laboratori Salk o ridotti a forme allusive ad Ahmedabad.

A Chateau la Coste, Ando inserisce opere di piccole dimensioni direttamente continue al sito, a qualsiasi sito, e direttamente emotive per l’utente, per qualsiasi utente. Una sottile continuità con il purismo, la metafisica, il Loos più depurato, gli architetti illuministi e l’architettura-granaio francescana: zen ante litteram.

Opere che salgono dal suolo o talora vi si immergono: una continuità che non rimane nelle opere di Ando di grandi dimensioni, come Rokko o le fabbriche, ma qui non importa  Gli interventi al Chateau sono piccoli e pertinenti, perché la vera architettura di Ando è quella che riporta all’essere senza l’avere di Fromm e all’ “elogio del silenzio” di Jun’ichiro Tanizaki.Architettura che è anche scultura, per la sua dimensione e matericità, e che è anche poesia materiale per le forme allusive e sintetiche.E non è globalizzata perchè non rinvia ad un percorso di estetizzazione, ma è universale per natura.

Il Centro d’arte

L’intersezione tra il “cardo”, strada pedonale, e il “decumano” costruito con l’occhio ellittico che illumina l’incrocio

Un padiglione formato da uno stretto corpo a V che ospita il centro visitatori, la libreria, il ristorante, immerso in una grandissima vasca  d’acqua; paratriangolare, che copre parcheggio e magazzini interrati. La strada d’ingresso – il Cardo- è compresa tra la vasca, a destra e un campo con filari d’alberi  È tagliata perpendicolarmente dal primo corpo del centro d’arte –il decumano- All’intersezione la copertura è aperta da un grande occhio ellittico.

Il portico del “decumano” che si estende dall’intersezione verso la campagna con la sequenza delle colonne che prosegue oltre la copertura

L’altro lato della V è circondato dall’acqua. Una costruzione a un piano in cemento e vetro: il corpo d’ingresso prosegue oltre il cardo in un portico, le cui colonne procedono oltre la fine della copertura nei campi. L’altro corpo della V allunga una delle pareti oltre la vasca. È il metodo di Ando di collegare l’edificio al sito

La cappella

Intorno ai ruderi dei muri di una cappella, Ando ha posizionato un tetto in metallo e un involucro rettangolare di pannelli di vetro, a taglio verticale, un contenitore trasparente, discosto dai muri, soprattutto in facciata, per formare un atrio.

Il fianco sinistro della cappella, visto dalle vigne

All’esterno ha aggiunto due muri in cemento a V secondo il suo criterio della definizione “ non finita” dello spazio all’esterno, lasciando aperti i lati di maggior rapporto con la natura.

L’angolo dell’altare. La croce in vetro rosso è di Jean Marie Othonel (2008)

Chiusa la porta la cappella è completamente buia, con un invisibile sottile taglio che con tre fori nel tetto illuminano suggestivamente solo l’altare.

La cappella, vista dall’esterno con il muro in cemento

 

I quattro cubi

È il nome dato a un padiglione in legno, marginale nel percorso di scultura a Chateau la Coste. Ando usa il legno quando l’edificio è immerso nella tradizione giapponese, e lo usa in modo integrale, a listelli come le case dei Samurai, o i templi dei Nara, che ha studiato, memore del suo primo lavoro di ebanista. Sono in legno il tempio Komyio-Ji (2000), il museo del legno a Hyogo (1994), il padiglione giapponese a Singhä (2002), ea volte intrecciate sul percorso d’accesso della scuola d’arte di Aomori (2008).

Questo padiglione è un “tempio zen” in legno douglas, con pavimento in rovere tinti in nero,

quadrato, che contiene un quadrato più piccolo: l’interstizio è un corridoio buio che conduce alla stanza centrale pure buia, in cui stanno i quattro cubi di cristallo debolmente  illuminati all’interno.

Allusioni, suggestione, mistero e obbligatorio silenzio.

di Paolo Favole

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