Le fondamenta nuove di Koolhaas

Partita a Venezia: “Fundamentals”, la Biennale-Architettura curata da Rem Koolhaas; due giorni di vernice hanno preceduto l’apertura al pubblico e la cerimonia di premiazione, con il Leone d’oro per la migliore partecipazione nazionale assegnato alla Corea e quello d’argento al Cile; menzioni a Canada, Francia, Russia e a tre progetti della sezione Monditalia allestita alle Corderie dell’Arsenale.

Il momento della consegna del Leone d’oro per la migliore partecipazione nazionale, assegnato alla Corea (foto di La Biennale)

Koolhaas descrive l’evento come distacco dalla “celebrazione del contemporaneo” e concentrazione sulla storia, con l’intento di indagare lo stato attuale dell’architettura e di immaginare il suo futuro”. 

Absorbing modernity 1914 – 2014 (foto di La Biennale)

Lo compongono tre mostre complementari:Absorbing Modernity: 1914-2014”, tema unico dei padiglioni nazionali, ha l’intento di svelare “la capacità di culture materiali e ambienti politici diversi di trasformare una modernità generica in una specifica”; “Monditalia”, dove una serie di proposte di ricerca “rappresenta delle condizioni uniche e specifiche” che “costituiscono un ritratto complessivo del paese ospitante”; infine “Elements of Architecture”, mostra risultante da una ricerca della Harvard Graduate School of Design dove sono analizzati “gli elementi fondamentali dei nostri edifici, utilizzati da ogni architetto, in ogni tempo e in ogni luogo: pavimenti, pareti, soffitti, tetti, porte, finestre, facciate, balconi, corridoi, camini, servizi, scale, scale mobili, ascensori, rampe” dei quali si  ripercorre la storia attraverso una messa a confronto “in stanze dedicate ciascuna a un singolo elemento”.

Mondoitalia alle Corderie. Plastico (foto di La Biennale)

Quest’ultima sezione occupa il Padiglione centrale dei Giardini, preceduta e annunciata da una, peraltro inaccessibile, riproduzione lignea della centenaria struttura Dom-Ino di Le Corbusier; le stanze si susseguono nell’usuale, difficoltoso e labirintico allestimento dell’ex padiglione Italia, formando una sorta di riproduzione pop-post di un salone dell’edilizia (idea ripresa, in totale verosimiglianza, nel padiglione russo con tanto di stand e variopinte hostess). Più che editoriale (Elements of Architecture è anche un libro) il lavoro appare quello di un collezionista che, per dirla con Benjamin, “consiste nel togliere alle cose il loro carattere di merce”, dando loro “solo un valore d’amatore invece del valore d’uso”; gli elementi costruttivi qui presentati appaiono in realtà sciolti dalle loro funzioni originarie per entrare in un rapporto di similarità con il pensiero para-nostalgico del curatore.

Padiglione tedesco (foto di Tino Grisi)

Le partecipazioni nazionali principali hanno variamente e piuttosto arbitrariamente svolto il tema assegnato; la Germania propone la stramba riproduzione del bungalow di rappresentanza costruito per il cancelliere federale a Bonn nel 1964, inscritta nell’ordito monumentale del suo padiglione: le domande che il curatore pone sono infinite, il risultato si limita a generare nello spettatore un effetto di straniazione domestica. La Francia, interrogandosi sulla modernità come promessa o minaccia, non va oltre il plastico della villa del film “Mon oncle” di Jacques Tati (1958) e i dettagli di Prouvé; gli Stati Uniti ammassano lindamente sulle loro pareti una serie di “architectural files”, così come fa l’Austria con plastici di parlamenti e consessi internazionali (più attraente la presenza in ray-ban di Wolf Prix).

Padiglione della Spagna (foto di Tino Grisi)

Molto bene la Spagna, ormai da decenni vera avanguardia del fare architettonico, dove l’”interior” si fa immagine di archetipi dell’architettura iberica attraverso uno splendido allestimento fatto di foto e disegni a grande scala che trasformano lo spazio del padiglione in un percorso intessuto di luoghi. La Svizzera onora Lucius Burckhardt e Cedric Price in una linda stanza dove sfogliare mobilmente disegni sotto lo sguardo protettivo di Herzog e de Meuron. Interessante l’allestimento visuale del padiglione egiziano, con poche note di rilievo i Paesi nordici e (se non per la, in questi giorni, benefica aria condizionata) il ruolo della Gran Bretagna.

Ingresso a Monditalia (foto di Tino Grisi)

Monditalia si distende lungo le Corderie varcato un portale luminoso forse ripreso dalla Venezia del Nevada: le presenze sono minimali, oggetti tabelloni tavoli vetrine, e distribuite secondo un progressione geografica dal sud al nord, iniziando a raccontare la Penisola del decostruendo costruito dalle labili soglie del canale di Sicilia fino alle chiese bergamasche. Celati sul fianco, schermi riproducono noiosamente i cliché neorealisti del cinema nazionale. Bella l’interruzione proposta dagli stage della Biennale danza.

Padiglione Italia: sezione su Milano (foto di Tino Grisi)

Al termine, alle Tese delle Vergini, anche l’Italia ha la sua presenza ufficiale a Fundamentals con la curatela offerta in extremis al prof. Cino Zucchi. Sembra che il contributo proposto più che con i dichiarati “innesti” abbia a che fare con l’”abbondanza”. La “modernità anomala” citata nella debole iperbole introduttiva alla mostra, ha forse a che fare, più che con l’ “efficacia” e la “sensibilità”, con il carattere dell’italiano, il cui costume abbonda e risplende anche in tempi grami. Le due possenti navate del padiglione ci mostrano, l’una la celebrazione imperterrità della milanesità come linda linearismo costruttivo e fantasma del rovello interiore, mentre l’altra getta sul pavimento una tale disseminazione digitale d’immagini progettuali in cui diventa perverso anche il gioco del “chi c’è e chi non c’è” visto che ogni volta tocca correre a leggere i nomi dei prescelti sul grande tabellone d’ingresso. Sola tattile presenza la parete di testa lottizzata (in senso strettamente topografico sia chiaro) dai disegni compositi di Gambardella Servino e Ian+.  Auguri a tutti.

Tino Grisi

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