L’Hydroelectric Waterfall Prison di Margot Ktasojević

Il pontone circolare ospita i sistemi di produzione dell’energia sostenibile prodotta dalle correnti marine

La prigione come spazio abitato: questa è la sfida affrontata da un progetto che considera la qualità architettonica del carcere come elemento determinante di un dignitoso trattamento penale.

La struttura portante è composta da un elemento verticale in calcestruzzo armato, stabilizzato da tiranti ancorati al fondale e dal pontone anulare di base, che ospita i sistemi di produzione energetica mediante sfruttamento del moto ondoso e i meccanismi di sollevamento dell’acqua per lo stoccaggio inerziale.

Nelle società occidentali contemporanee la carcerazione a scopo rieducativo è la modalità di pena più diffusa in caso di reati gravi. La riflessione filosofica e giuridica in materia risale all’Età dei Lumi: oggi, l’idea che la reclusione non possa consistere in un mera punizione, ma debba contribuire positivamente al progresso sociale, è comunemente accettata.

Il pilastro centrale e i tiranti ancorati al fondale stabilizzano la costruzione e sostengono i livelli a sbalzo

Nell’immaginario collettivo come nei manuali di progettazione, i modelli tipologici degli stabilimenti penali sono ancora fortemente debitori verso i principi del Panopticon benthamiano, dispositivo concepito al duplice scopo di sorvegliare costantemente l’attività del detenuto e indurlo così a introiettare le regole di un comportamento disciplinato.

La capacità di stoccaggio dei serbatoi, situati a 50 metri d’altezza, è di 12mila metri cubi d’acqua marina

Nelle realizzazioni più evolute – ad esempio, in Italia, la Casa Circondariale di Rebibbia di Sergio Lenci – le variazioni allo schema ottocentesco “auburniano” offrono ancora il miglior compromesso fra gli aspetti dell’umanizzazione del carcere, le istanze di sorveglianza dei detenuti e le esigenze dell’efficiente organizzazione della vita comune.

I serbatoi sospesi permettono la produzione di elettricità in corrispondenza dei picchi di domanda energetica

Progettata da Margot Krasojevic´, la Hydroelectric Waterfall Prison estremizza la pratica insediativa dei penitenziari nordamericani, costruiti in zone remote o segregate rispetto alle città, confermando, con il suo assetto radiocentrico, la modalità di relazione asimmetrica fra lo spazio della reclusione e il singolo individuo-detenuto, propria del Panopticon.

Durante i periodi di bassa richiesta energetica, l’energia sostenibile prodotta viene impiegata per pompare l’acqua in un serbatoio posto nella prigione, a circa 50 metri sul livello del mare. Quando la domanda è elevata, l’acqua accumulata viene rilasciata sulle sottostanti turbine galleggianti, producendo gratuitamente elettricità.

L’edificio, a sviluppo prevalentemente verticale, sorge nelle acque dell’Oceano Pacifico, vicino alla costa canadese, e somma alla funzione carceraria quella di una centrale di produzione energetica. Gli aspetti connessi alla sicurezza sono implicitamente risolti dall’isolamento della piattaforma-prigione, accessibile esclusivamente per mezzo di elicotteri.

La prigione è ospitata in una serie di anelli a sbalzo, realizzati con strutture in acciaio e fibra di carbonio. Le celle sono disposte attorno al nucleo centrale, che funge da torre connettiva e punto focale dei sistemi di sorveglianza. Le partizioni trasparenti e i dispositivi olografici creano uno spazio virtualmente senza confini.

L’area detentiva è ospitata nell’anello sommitale, le cui partizioni interne ed esterne sono costituite da pareti trasparenti, dotate di dispositivi olografici. Lo spazio interno si configura perciò come una sorta di open space virtuale, mentre il rapporto con l’esterno è mediato attraverso la visione di un caleidoscopio di immagini proiettate sull’involucro esterno.  

La trasperenza dell’involucro è enfatizzata dalla proiezione, lungo le pareti esterne delle celle, di immagini olografiche

 Chi è Margot Krasojevic´
Londinese di nascita, ha completato gli studi universitari e il Ph.D. presso la Ucl Bartlett School of Architecture nel 1997, alternando poi l’attività accademica con collaborazioni in studi prestigiosi fra cui Zaha Hadid Architects. Fra i progetti realizzati si distinguono residenze private, gallerie private, installazioni temporanee e apparati illuminotecnici. Nel 1998 ha fondato Decodeine, laboratorio di ricerca sul design digitale nel quale la progettazione di ambienti e spazi sperimentali si intreccia con gli aspetti psicologici e tecnico-scientifici. L’ultima monografia “Dynamics & Derealisation”, elaborata con il prof. Jonathan D. Solomon, è stata pubblicata nel 2011.

di Fabrizio Corbe

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