L’utopia di Alessandro Mendini

Alessandro Mendini e Amuleto, lampada da tavolo, per Ramun, Corea, 2012 (foto di Carlo Lavatori)
Alessandro Mendini e Amuleto, lampada da tavolo, per Ramun, Corea, 2012 (foto di Carlo Lavatori)

Chi è Alessandro Mendini? Come ti “definisci, pensi, raffiguri”?
Sono una persona che tratta le immagini, e le immagini possono essere  strutturate in varia maniera:  sotto forma di architettura, sotto forma di arte, di decorazione, di design, di grafica. Io gioco attorno a questo sistema passando dall’ una all’altra di queste discipline in maniera spesso indisciplinata, applicando metodi ibridi, complessi, anche che sfuggano verso il letterario.

Casa Boschi Di Stefano, via Giorgio Jan 15, Milano (foto di Gabriele Basilico)
Casa Boschi Di Stefano, via Giorgio Jan 15, Milano
(fotodi Gabriele Basilico)

Qual è il tuo percorso formativo? Come sei arrivato al design?
Questo interesse alla figurazione mi è arrivato addosso quando ero bambino, perché l’idea del disegno l’ho sempre avuto. Ho vissuto in una casa dove c’era molta pittura moderna e questa pittura, specialmente la pittura ad olio mi ha molto condizionato la psiche per cui posso dire di essere nato nella pittura. Poi da ragazzo avevo un grande fascino per Wall Disney, per le movimentazioni che provocava il cartone animato,  per il quale ho fatto anche alcune esperienze,  disegnandole, non facendo cartoon. Poi, laureatomi architetto pensavo sempre alla figurazione più che all’architettura, però come t i ho detto prima ero interessato anche alla letteratura, per cui mi sono messo a scrivere. Allora appena laureato mi sono trovato un po’ immerso nelle riviste ed ho cominciato a fare riviste . Fare una rivista significa da parte di un architetto  o di un designer, considerarla un oggetto di serie, cioè un oggetto  in diecimila copie come diecimila vasi di Alessi, pertanto ho sempre guardato alla rivista come fenomeno anche di design oltre che di contenuto. Da questo mix è saltato fuori un approccio letterario al progetto, ed anche l’ipotesi di collaborare con vari autori, con molti autori, perché così come la rivista è fatta di autori con il metaprogetto di un direttore, così io ho fatto con la mia   direzione artistica facendo lavorare molte persone; per cui ho allargato in maniera  eclettica i linguaggi, assorbendo,  facendo gioco di pingpong con tante persone, sia molto conosciute che poco conosciute.

Miraggi: Pinocchio, burattino in legno dipinto, collezione Miraggi, collezionista Vincent Burren , 2000 (foto di Albero Ferrero)
Miraggi: Pinocchio, burattino in legno dipinto, collezione Miraggi, collezionista Vincent Burren , 2000 (foto di Albero Ferrero)

Qual è il tuo primo progetto di design?
Tu mi chiedevi di design ed in effetti mentre io facevo Casabella si sviluppava il movimento del Contro design, movimento radicale, specialmente da parte dei fiorentini, e allora il mio nucleo di lavoro di Casabella  è diventato quello di Superstudio, di Archizoom, di Sottsass, di Gaetano Pesce, di Ugo La Pietra, di Riccardo Dalisi, di questi personaggi, ed era parallelo al movimento dell’Arte Povera. L’idea era di sostituire l’architettura, cioè di considerare l’utensile più importante dell’architettura come spazio, per cui c’era una grande attenzione agli utensili intesi come fatti primordiali,  progettando con le mani e non con la matita;  allorai ho fatto una serie di oggetti , li avevo chiamai oggetti ad uso spirituale, che erano destinati solo a diventare copertine di Casabella: ho fatto la poltrona di paglia, la sedia croce, la valigia per l’ultimo viaggio, tutta una serie di cose che erano delle immagini paradossali di una tendenza utopica che contrastasse l’industrializzazione.

Valigia per l’ultimo viaggio, scultura, fusione di bronzo, Braccio di ferro per Cassina, 1972
Valigia per l’ultimo viaggio, scultura, fusione di bronzo, Braccio di ferro per Cassina, 1972

Che cosa hai fatto di bello per te nel tuo lavoro?
Io coincido con il mio lavoro. Secondo me la vita di una persona dovrebbe coincidere con il proprio romanzo, non è che io sia capace, ma occorrerebbe sapersi romanzare, perché nel momento in cui ci si racconta, ci si spiega e ci si capisce; così i miei oggetti sono i personaggi del mio romanzo che sono buoni, sono cattivi, sono lussuriosi, sono poveri, è una commedia dove io sono sballottato insieme a loro un po’ nel bene un po’ nel male, certamente con un grande coinvolgimento emotivo, appassionato ma anche con molta fatica perché tenere vivo questo sistema per così tanti anni cercando di trovare nuove fonti di invenzione è una ricerca che corrisponde al continuare a studiare.

Poltrona di Proust, 1978 (foto di Carlo Lavatori)
Poltrona di Proust, 1978 (foto di Carlo Lavatori)

Cosa vorresti far capire di te? cosa vorresti trasmettere?
Io come persona sono un po’ chiuso, sto con me, non compio azioni plateali, cerco un po’ di nascondermi, tanto è vero che non sono professore; faccio un po’ di conferenze, perché queste cose ad un certo punto capita che si debbano fare, però se devo parlare, io so farlo con 5 o 6 persone non con 80,  ho una specie di difficoltà fisica di comunicazione. Questa comunicazione la compiono i miei oggetti i quali sono molto più estroversi , molto più irritanti, cinici, paradossali, di quanto non sia io, per cui si staccano da me delle parti parlanti, quando io non parlo, e la comunicazione che vorrei dare dovrebbe essere  una comunicazione estetico poetica legata a delle ipotesi di mondi più liberi, più  interessanti, privi di violenza, per cui la parola utopia che  continuo a giocare, è una parola che mi interessa molto perché secondo me l’utopia, alla quale oggi non si pensa, perché oggi è una epoca di realismo,  l’utopia invece potrebbe essere per chiunque un miraggio di una cosa molto bella, e molto importante, con il concetto esplicito che non la puoi raggiungere. L’utopia non la raggiungi però la devi cercare.

Poltrona di Proust Geometrica, per  Cappellini, 2008
Poltrona di Proust Geometrica, per Cappellini, 2008

Tu sei nei libri di storia dell’architettura, lo sai. Per quale ragione secondo te?
Non è che io mi sia posto questo obiettivo; uno lavora, fa delle cose, le mie idee derivano da un lavoro meticoloso, quasi parascientifico , cioè andando avanti, passo passo, raggiungo, sempre sulla base di  ragionamenti, di pensiero,  di teorie e dimostrazioni, raggiungo delle postazioni, che ad un certo punto mi hanno portato a dei progetti che sono diventati più visibili di altri, per esempio il puntinismo con la poltrona di Proust, il benedetto cavatappi, il museo di Groningen e poi alcuni altri progetti che ad un certo punto sono stati recepiti, e, tu dici, sono stai portati nei libri di storia, io non lo so, questo si capirà ad un momento punto molto più lontano.

Proust Celadon, miniatura in Celadon, Interart Gallery, Seoul, 2009
Proust Celadon, miniatura in Celadon, Interart Gallery, Seoul, 2009

C’è qualcuno con cui vorresti fare una intervista?
Questa domanda non me l’ha mai fatta nessuno, nel senso che da qualche anno io faccio due interviste alla settimana, e mi trovo di fronte a persone diverse: un giornalista conosciuto ma che non sa nulla di design, un esperto di Proust francese che mi viene a parlare del perché mi interessa Proust., cinque studenti insieme, una giornalista indiana gente del web, e quello che noto, nelle persone che vengono da me è che sono tutte preparate, cioè sanno da chi vanno e cosa vogliono, cosa chiedono; così, in linea generale, salvo i casi di routine, le interviste sono delle attività interessanti per me perché possono essere: creare un rapporto analitico, un approfondimento, uno sguardo tra due persone, anche sentimentale, anche se  non ci si rivede più, cose di questo genere, per cui è una attività faticosa, però energetica. Ma anche io sono stato giornalista e ho fatto interviste. Me ne intendo…

Anna G. e Alessandro M. Orchestra, cavatappi, Alessi, 2003
Anna G. e Alessandro M. Orchestra, cavatappi, Alessi, 2003

Vorrei chiederti del tuo rapporto con la città  Milano,  ed  i cambiamenti tuoi in relazione ai cambiamenti della città.
Io credo di vivere a Milano in una maniera onirica, cioè come se non vivessi a Milano, nel senso che è la mia città perfetta,  preferita nella sua bruttezza, antipatia, stronzaggine; so solo vivere a Milano, non mi sono mai posto l’idea di andare a NY, Istambul, Rio,  mai. Evidentemente c’è un humus che per me funziona, che poi è l’humus  dei designer e dei borghesi della mia generazione, che è fatto di precedenti culturali, specialmente, nel mio caso, legati alla pittura , all’arte, a una serie di luoghi. Io non sono uno mondano e non conosco personaggi , sto sempre dentro casa la sera, ma è chiaro che mi è capitato di conoscere il mio coetaneo Piero Manzoni; ho conosciuto da bambino, e mi faceva tanta paura, Alberto Savinio , vedevo per strada Carlo Carrà e queste cose mi turbavano anche. Io sono un pavido, io ho timore di tutto. Una Milano onirica perché poi a parte il terrore che ho avuto a fare il politecnico, avevo una paura folle del politecnico, avevo sempre odiato e tutt’ora odio il politecnico , Ponti diceva che se tu vuoi diventare un bravo architetto devi fare l’opposto di quello che ti insegna il politecnico, ed io sono perfettamente d’accordo, sottoscrivo. La mia bella  Milano onirica è che io me la sogno di notte e sogno di percorrere delle strade, di vivere con il panettiere, con i banchetti del mercato, in una zona vicino alla stazione, guardando la facciata a destra,  con delle strade assolate, una chiara  situazione arcaica di una Milano che io non ho mai vissuto; mi ritrovo a vivere in questa Milano,  ogni tanto, una zona che in realtà non ho mai vissuto. Un altro ricordo è la Milano di quando ero bambino, prima della guerra, cioè prima di scappare per i bombardamenti, era una Milano solare con dei genitori fantastici, con una famiglia bellissima, con l’estate che si riempivano i bauli per andare  a Riccione, sai, queste cose che sono solo nei film, per me esistettero, poi è cominciata la durezza, la guerra, la fuga, la violenza dei tedeschi, tutto è cambiato. È l’epoca in cui conobbi Albero Savinio, sai perché mi faceva paura Savinio? Perché lui fa questi quadri con le deformazioni di persone ed uno di questi quadri rappresenta un gufo ed è il suo  autoritratto, allora vedevo Savinio come un gufo.

Anna G., oggetti da cucina, Alessi, 1994
Anna G., oggetti da cucina, Alessi, 1994

Chi è Alessandro quando va su per le scalette che collegano lo studio e la  casa, e saluta tutti, anzi forse non saluta,  e chi è quando scende le scalette?
Quando vado su di lì, vado nel silenziatore perché in questo studio vivo la socialità, che  è una realtà privilegiata perché è fatta di amici intimi, che si vogliono bene, rilassati, che produce colloquio. Io ho bisogno di interlocutori, sono anche un po’ cleptomane, sto rubando anche da te non ti preoccupare, però, poi, ho bisogno veramente proprio della parola stare solo, allora ho dei momenti della giornata, o magari dei we, dei momenti in cui devo stare da solo nei quali cambia anche la velocità dello stare al mondo, vado più piano. Io lavoro molto veloce, però poi ho bisogno di, non la chiamo meditazione perché non so fare meditazione, però qualcosa di simile. Quando scendo dalla scaletta sono ricaricato, come succede al  cellulare.

Alessandro M., cavatappi, Alessi, 2003
Alessandro M., cavatappi, Alessi, 2003

C’è qualcosa a cui non potresti rinunciare di tutti gli oggetti  che hai a casa tua?
Credo potrei perdere tutto, perché non sono possessivo, non ho cose che costituiscono collezione accano a me; certo, ho la affezione alle cose, anche morbosa, come capita a tutti, però me ne libero velocemente;  uno dei più grandi piaceri è regalare;  i miei oggetti sono da me provvisoriamente perché sono sempre in giro per mostre, transitano, tornano, ritornano rotti, bisogna aggiustarli oppure uno non torna più, per cui c’è questo senso di provvisorietà delle cose intorno a me,  però ho bisogno di leggere il giornale su una certa poltrona, di prendere il e con la tale tazzina, di prendere il caffe in un’altra tazzina, il cucchiaio della medicina e queste specie di paranoie, magari anche un po’ scaramantiche ce le ho;  la necessità, la mattina di ricevere almeno 3 o 4 messaggini. Faccio una vita semplice.

Alessandro M., schizzi di studio, cavatappi, per Alessi, 2003
Alessandro M., schizzi di studio, cavatappi, per Alessi, 2003

Mi sembra quasi tu mandi in giro le tue cose  dove tu invece non vai, hai detto prima che non ami uscire, frequentare.
Io ho realizzato tantissime cose e non le vedo mai perché una roba è là, una roba è là,  le vedo insieme cento cose mie solo quando c’è una mostra, a Norimberga, allora vado lì e le vedo, e le posso confrontare anche tra di loro, mi posso rendere conto di cosa ho fatto. Adesso che da un po’ di tempo, 4 ,5 anni mi sono fatto una casa qua vicino in montagna sulla valle Brembana,  ci ho portato dentro della roba mia, e finalmente le vedo queste cose;  ho una casa dove vedo le cose che ho fatto e le vivo anche con una discreta piacevolezza

Angelo Guerriero, per Venini, 2010
Angelo Guerriero, per Venini, 2010

Le guardi, e riesci sempre a riconoscerti nelle tue cose?
Be questo magari anche nel male si; ma questa è una casa liberty e ci ho messo dentro le mie cose che tra virgolette sono di avanguardia e tu devi vedere come si adagiano bene dentro al liberty le mie cose; per cui mi hanno fato venire in mente che sono un progettista antichissimo, cioè un progettista cinquecentesco  e credo anche di usare metodi di quell’epoca.
Metodi mentali e poi, l’artigianato, il disegno, anche se si lavora anche al computer, però il metodo è quello dei designer milanesi storici, quello della bottega, allora da questo punto di vista sono un progettista fossile paleolitico.

Mostra a Neuemberg, Neues Museumfur Kunst und Design,  Mostra a cura di Peter Weiss, tavolo di proprietà di Peter Weiss, 2011
Mostra a Neuemberg, Neues Museumfur Kunst und Design, Mostra a cura di Peter Weiss, tavolo di proprietà di Peter Weiss, 2011

Qual è la tua città preferita?
Una di quelle grandi  megalopoli multietniche magari anche sud americana, cioè città che abbiano meno decadenza delle città italiane, o in genere delle  città europee

Metropolitana di Napoli, Stazione Università, Progetto degli interni di Karim Rashid, Alessandro e Francesco Mendini, 2010 (foto di Iwan Baan  courtesy  Metropolitana di Napoli)
Metropolitana di Napoli, Stazione Università, Progetto degli interni di Karim Rashid, Alessandro e Francesco Mendini, 2010 (foto di Iwan Baan courtesy Metropolitana di Napoli)

Decadenza come consumo?
Decadenza come civiltà vecchie. Adesso  i vari centri culturali e vitali si sono trascinati verso l’oriente; noi siamo in una situazione un po’ decrepita, lo vedi anche dalla situazione sociale e politica,  va bene che poi i grandi drammi di guerra succedono in Africa, ma esistono le problematiche delle megalopoli che sono delle situazioni drammatiche , e vanno elaborati questi policentrismi, questi riscoprimenti di piccole etnie all’interno di un discorso più corale; l’urbanistica e la città, credo che oggi  la risposta sia più antropologica   che non attraverso il disegno urbano, ma sono cose che richiedono una riflessione più lunga.

19, 20:  Byblos Art Hotel-Villa Amistà, Suite Mendini e altro interno, Alessandro e Francesco  Mendini, Valpolicella, Verona, Progetto degli interni e degli arredi, 2005
19, 20:
Byblos Art Hotel-Villa Amistà, Suite Mendini e altro interno, Alessandro e Francesco Mendini, Valpolicella, Verona, Progetto degli interni e degli arredi, 2005

Vuoi raccontarmi dell’hotel Villa Amistà, e della metropolitana di Napoli?
L’Hotel villa Amistà è una occasione di combinare una architettura importante del Rinascimento con una collezione di arte contemporanea molto raffinata e molto spinta, trasformando questo sistema in una specie di ospitalità alberghiera di alto rango;  e, visto da me, così come l’abbiamo sperimentato progettualmente,  è una sequenza, all’interno di questi spazi, di scenografie; un po’ la teatralizzazione dell’ospitalità per cui la gente che va lì rimane disambientata, non capisce dove si trova, con immagini legate allo storico, all’assurdo, alla scena, proprio intesa come palcoscenico. Un ambito  del tutto diverso è la Metropolitana di Napoli, perché lì le stazioni, incidono in punti della città che sono diversissimi tra loro, come se fossero dieci o venti stazioni, come fossero dieci città, perché una è un pezzo di città moderna, una è un porto romano, una è l’università , una è l’aeroporto, e ogni stazione deve avere una identità;  e noi abbiamo cercato gli architetti per ogni stazione adatti a luogo in cui facevano la stazione. Il sistema in generale  è un sistema basato non sul concetto moderno dell’arredo urbano, ma sul concetto barocco della scenografia urbana per cui c’è una rappresentatività sociale che rende il cittadino protagonista di luoghi che lo gratificano tanto è vero che questa metropolitana non viene deturpata, la gente ne è orgogliosa.

Clarabella, mobile contenitore, per Galleria Paolo Curti e Annamaria Gambuzzi, Milano, 2013
Clarabella, mobile contenitore, per Galleria Paolo Curti e Annamaria Gambuzzi, Milano, 2013

Quanto conta il gioco nel progetto?
Io prima di tutto lavoro sull’autoironia e  sull’ironia, nel senso che data la mia, proprio  intrinseca, vocazione antiaccademica, per evitare l’accademismo fatto su me stesso, mi prendo in giro; per cui ho sempre, appena possibile, una tendenza autocaricaturale. Io non so fare giocattoli per bambini, raramente, quasi mai, ho fatto un giocattolo, però tendo a che i miei   oggetti provochino nella persona un senso di simpatia, di ammiccamento che te li rende compartecipi di un qualcosa che tu fai con loro e pertanto questo gioco latente  c’è sotto i miei oggetti, più o meno esplicito, questo gioco da adulti, ogni tanto anche un poco morboso.

Zero, Bisazza, scultura,  Fondazione Cologni Mestieri d’Arte, Fondation Cartier pour  l’Art Contemporain, Vacheron Costantin, Collezione Art&Craft&Design, 2013 (foto di Emilio Zamponi)
Zero, Bisazza, scultura, Fondazione Cologni Mestieri d’Arte, Fondation Cartier pour l’Art Contemporain, Vacheron Costantin, Collezione Art&Craft&Design, 2013 (foto di Emilio Zamponi)

È un gioco tra te e le cose?
Si, ad esempio, mettere gli occhi ad una vaso. È il gioco di Geppetto, perché lui facendo un oggetto , quello gli si è animato. A me non è mai successo!
Tu credi..

K2, divano Carmen, tessuto, LotofBrazil, 2013 (foto di Marco Antonio)
K2, divano Carmen, tessuto, LotofBrazil, 2013 (foto di Marco Antonio)

Tu ascolti, vuoi essere ascoltato, che rapporto hai con l’ascolto?
Il mio ideale è non parlare, ma ascoltare, io ascolto tutti e ritengo di essere un ascoltatore perfetto quasi psicanalista. Anzi la prossima volta io sto zitto, tu parli.

Per Depero 1, tarsia in panno 210x250, Galleria Paolo Curti e Annamaria Gambuzzi, Milano, 2010
Per Depero 1, tarsia in panno 210×250, Galleria Paolo Curti e Annamaria Gambuzzi, Milano, 2010

Di cosa Alessandro ama circondarsi?
La risposta è semplice:  di persone che mi vogliono bene e a cui io voglio bene.

Per Depero 2, tarsia in panno 210x250, Galleria Paolo Curti e Annamaria Gambuzzi, Milano, 2010
Per Depero 2, tarsia in panno 210×250, Galleria Paolo Curti e Annamaria Gambuzzi, Milano, 2010

Cosa è la creatività?
Io adesso so andando da Enzo Mari, con il quale periodicamente mi incontro e facciamo delle chiaccherate, scopo chiaccherare. Lui sostiene che la parola creatività sia quella che ha rovinato la nostra epoca  del progetto, naturalmente dipende dalla definizione che tu dai a questa parola. Però quando uno dice oggi “il creativo”, quel creativo è chiaramene uno stronzo; allora il problema non è essere creativi, il problema è entrare bene nei temi, cercare di risolverli con cura, con attenzione, per ottenere un qualche cosa che abbia un grado di originalità, non novità in quanto eclatante, perché le cose possono anche essere all’interno di una scuola, non occorre che ogni cosa che uno fa sia un nuovo. Quando uno oggi dice creativo, il creativo è uno che apriori deve fare qualcosa di nuovo, no, una persona che lavora nel nostro campo deve fare  qualcosa di normale e di utile.

Alessandro e Francesco Mendini vicino la scaletta che dallo studio conduce a casa di Alessandro
Alessandro e Francesco Mendini vicino la scaletta che dallo studio conduce a casa di Alessandro

I tuoi progetti sono fortemente radicati, in cose che noi vediamo ma anche in altre che studi tu.
Insomma è un magma , un labirinto, perché un’altra parola importante è quella del labirinto , perché ci giri dentro è ti perdi, poi torni indietro,  poi ti fermi e  non ne esci mai.
Poi esci quando ti devi confrontare con chi ti chiede le cose.
Si però l’agire sotto forma di professionalità è facile, uno può essere un bravo professionista ,  è quello che ci sta dietro che è difficile. Cioè se mi dici di disegnarti bene una sedia, una sedia si disegna bene, ma fare una sedia significante è tutto un altro discorso no?
I tuoi  ideogrammi , i tuoi disegni…
Quando faccio un progetto me lo devo schematizzare prima sotto forma di ipotesi di lavoro, di ricerche da fare qua e là, in relazione ad altri progetti che sto facendo, perché qui di solito si lavora in parallelo su dieci, quindici progetti, allora quei 10, 15 progetti  appartengono ad una certa stagione di ragionamento  allora cerchi che uno abbia relazione con l’altro, cioè magari è un momento in cui usi un certo tipo di colori,  sei interessato a fare più esperienze artigianali che industriali, stai cercando un materiale edilizio, allora questi diagrammi mi permettono di mettere in relazione una cosa con l’altra ed anche con degli schemi filosofici o teorici. Poi cerco  i miei filosofi, i religiosi…

Alessandro e Francesco Mendini nel loro studio.
Alessandro e Francesco Mendini nel loro studio.

I tuoi progetti trasmettono gioia, riesci a vedere negli oggetti cose che altri non vedono, a cogliere lo spirito degli oggetti. Questi sono già parlanti quando tu li hai davanti, hai un dialogo con essi e riesci a mettere un vestito ad un cavatappi, a vedere un pappagallo in un apri bottiglia e ancora fondi un merletto con un vassoio facendo una trasposizione. Hai una capacità di astrazione che trasforma gli oggetti banali facendoli rinascere alla vista,  sottraendoli alla banalità , gli dai un nuovo significato, li trasformi in spettacolo. Associo il cavatappi alla ballerina spagnola. Con i tuoi progetti restituisci al quotidiano di tutti una bellezza.
Si dici delle cose belle. È una vocazione alla commedia dell’arte, quasi quella dei saltimbanchi,  è un fatto performatico , cioè il cavatappi non è un oggetto fisso ma è un oggetto il cui senso lo ha nel movimento, nel suono  del tappo che esce dalla bottiglia , nella cerimonia del versare il vino.  Ma è una performance anche quella di mettere i fiori dentro ad un vaso,  anche bere il tè con una tazzina che ha due manici invece di uno così da berlo con una mossa simmetrica. Sono degli attrezzi scenici dove la persona si trova ad essere protagonista di un pezzo di commedia che è poi la commedia della propria vita , io  aiuto in questa attività di coscienza di se stessi, sono oggetti che ti chiedono un ragionamento, ti chiedono di dichiarare se lo trovi simpatico se lo rifiuti, per esempio una casa piena di miei oggetti credo che farebbe impazzire,  vanno trattati con parsimonia.

Alessandro vestito da Arlecchino, disegno di Alessandro Mendini, 2002
Alessandro vestito da Arlecchino, disegno di Alessandro Mendini, 2002

In questa operazione sembra la tua parte bambina che vada a recuperare quella dimensione onirica che il più delle volte nel quotidiano sparisce..
Io,  il bambino, l’adulto, il vecchio, non sono capace di fare  questo tipo di discorso, tra l’altro non so neanche se sono stato un bambino, non lo so,  e poi adesso non mi sento una persona vecchia, non appartiene a me fare questo tipo di ragionamenti. Io compio esperienze cercando di viverle con la curiosità del contemporaneo, certamente siccome ho delle abitudini anche  filosofiche o religiose, mi interesso del dolore, mi interesso della morte, dell’amore, dell’utopia; quelle sono le mie cose stabili, dopo di che tutto si trasforma, comprese certe tecnologie che si usano oggi, che davvero mi mancano.
Sei ironico o lo ritieni davvero una mancanza?
È una mancanza perché ci sono delle possibilità di espansione del cervello in maniera virtuale grandissime e queste sono cose che non ho. Però mi spiace e allora ho una  tendenza alla a-temporalità. Come ultima parola per la nostra intervista, non è male: a-temporalità.

di Elena Dagnino

 

CONDIVIDI

LASCIA UN COMMENTO