Museo a gravità zero

Uno scorcio del Muse la sera del 27 luglio 2013 © Rpbw Paolo Pelanda

Una torrida serata estiva non ha scoraggiato le migliaia di persone accorse per visitare in anteprima il Muse, il nuovo museo di scienze inaugurato lo scorso 27 luglio a Trento alla presenza del suo progettista, l’architetto Renzo Piano.

Il nuovo museo nasce all’interno di un’unica visione progettuale di riqualificazione urbana sull’area ex Michelin. Il Muse si trova tra lo storico Palazzo delle Albere e il nuovo quartiere residenziale “Le Albere” progettato sempre da Rpbw (foto di Enrico Cano)

L’edificio rappresenta il “polo nord” dell’ampio intervento di rigenerazione urbana operato sull’area ex-Michelin, situata lungo l’Adige e separata dal centro storico a causa della ferrovia. A sud invece è attualmente in costruzione l’altro polo attrattore, un centro congressi, che andrà a servizio della città e del limitrofo quartiere residenziale appena completato.

Il Muse e il Palazzo delle Albere (foto di Alessandro Gadott)

Lo studio Rpbw ha curato sia la progettazione urbanistica sia quella architettonica di tutto l’intervento (2002-2013) e per la prima volta, nel caso del museo, anche l’allestimento (2010-2013) in stretta collaborazione con la direzione del Museo Tridentino.

Vista notturna del Muse (foto di Enrico Cano)

 

Il Muse nasce da quella attenta lettura del contesto di cui Renzo Piano è grande maestro, diventando esso stesso in questa interpretazione una montagna, fuori e dentro.

The Big-Void (©-Rpbw)

«Di solito i musei delle scienze sono per antica tradizione dei luoghi oscuri. Nel Muse invece, così come nel California Academy of Sciences di San Francisco, l’idea dominante è l’apertura, la luminosità, perché l’edificio nasce per la comunità e deve quindi essere accessibile. E poi occorreva esprimere emotivamente la biodiversità per esempio attraverso questo spazio centrale, che è come una sezione attraverso la complessità della terra o sfidando la gravità e facendo volare tutto, pure le balene. Inserire insomma un elemento di sogno e leggerezza». Renzo Piano (foto di Alessandro Gadotti)

Prospetto nord del Muse davanti al quale il pubblico si è radunato (nel pomeriggio del 27 luglio) in attesa della serata inaugurale (foto di Enrico Cano)

Caratterizzato da un volume frammentato e contenuto, il museo dialoga in altezza con le sommità dei nuovi edifici residenziali e rispetta, grazie all’interfaccia trasparente della serra tropicale e al suo volume seminterrato, la assai prossima presenza del Palazzo delle Albere, villa-fortezza risalente al XVI secolo e attualmente sede del Mart di Trento.

La lobby del Muse (foto di Enrico Cano)

Il ritmo volumetrico è sostenuto, perché scandito dalla linee spezzate delle vetrate che si protendono libere nel cielo filtrando la luce e dai trapezi rettangoli opachi dei muri veri e propri.

«Lavoriamo su tutti i sensi dei visitatori sapendo che sono loro gli attori della visita, e noi non somministriamo, non divulghiamo ma creiamo un contesto per l’apprendimento. Dalla museologia dell’osservazione attenta, tipica dei musei tradizionali a quella del fare, caratteristica dei “ science center”, con la possibilità di fare esperimenti, vedere dei processi, toccare con mano». Michele Lanzinger, direttore Muse

Pianta del piano terra (© Rpbw)
Sezione longitudinale (© Rpbw)

Forme allungate e falde trasparenti fluttuanti alludono da un lato alle montagne circostanti, dall’altro ai cristalli del ghiaccio invernale: intorno, un canale d’acqua stacca l’edificio da terra per poi proseguire attraversando lungo il cardo il quartiere residenziale.

Il grande vuoto centrale con gli animali tassidermizzati volanti (foto di Enrico Cano)

Tuttavia è l’interno a colpire maggiormente: la stessa mano che all’esterno ha ricercato la leggerezza richiamando gli scenari montani del Trentino, all’interno stupisce per la capacità di creare addirittura l’immateriale.

The big void dallo scheletro della balena (foto di Valeria Marsaglia)

Già dalla lobby trasparente a tutta altezza su cui si aprono da una parte gli uffici, dall’altra le balconate del museo, si apprezza la costante intercomunicabilità degli ambienti.

Schizzo di Renzo Piano del 7 aprile 2006 (© Rpbw))

Una volta attraversata la parete trasparente che separa la lobby dalle aree espositive vere e proprie, tutto lo spazio sembra catalizzarsi e ruotare intorno al grande vuoto centrale, su cui si affacciano i cinque piani espositivi e nel quale galleggiano letteralmente, come sospesi nel nulla, gli animali tassidermizzati.

«L’idea di base dell’allestimento è stata quella di trasportare il visitatore nella scienza senza barriere: tutto è visibile da vicino e tangibile, così come deve essere la scienza, qualcosa che deve essere comunicato in modo diretto e accessibile. Filo conduttore: l’acqua che dal ghiacciaio del quinto piano agli acquari del piano interrato è all’origine della vita». Matteo Orlandi, design team Rpbw

Al di sotto della bella terrazza panoramica dove si apprezza il paesaggio montano e lo svettare delle coperture tecnologiche del nuovo quartiere, ha inizio il percorso espositivo: è qui, al quinto piano, che si percepisce maggiormente come l’architettura abbia assecondato le esigenze narrative del museo andando a sviluppare un percorso a piramide che dall’alta montagna termina nel piano interrato con la vita sottomarina.

Interno dell’area espositiva (foto di Enrico Cano)

In tal modo il visitatore attraversa verticalmente i diversi ambienti climatici cogliendo le modifiche causate dal variare delle altitudini, il modificarsi degli habitat e della relativa biodiversità. È un incrocio di flussi continui, perché se il visitatore discende, al contrario gli animali “volanti” cercano la fuga dal basso verso la luce e quindi verso l’alto e il ciclo riprende senza interruzioni fisiche o concettuali: infatti, in stringente coerenza con l’architettura del museo, tutti i supporti dell’allestimento sono ridotti al minimo o resi trasparenti per esaltare il contenuto, secondo quel concetto di zero-gravity che già Franco Albini, maestro di Piano, aveva postulato.

Il progetto della colonna espositiva © Rpbw

Strategie energetiche ed ecocompatibilità

Il Muse è il primo museo in Italia ad avere ottenuto la certificazione Leed Gold.

La serra tropicale (foto di Massimo Zarucco)

Molteplici sono i fattori che hanno condotto a questo risultato, a partire dal fatto che l’edificio sorge su un’area industriale dismessa e rigenerata con conseguente risparmio di terreno vergine: dalle scelte impiantistiche ed infrastrutturali generali (unica centrale di trigenerazione per l’intero quartiere supportata da sonde geotermiche, 340 mq di pannelli fotovoltaici) fino all’attenta definizione dei dettagli tecnologici (dettagli esecutivi dell’involucro per ridurre le dispersioni termiche, sistema automatizzato di brise soleil e tende comandate da sensori di temperatura e di irraggiamento solare).

Schema energetico del Muse © Rpbw

Tutti gli usi non potabili sono coperti dalle acque meteoriche, utilizzate per i servizi igienici, per l’irrigazione della serra, per alimentare gli acquari e lo specchio d’acqua che circonda l’edificio, con un risparmio di domanda di acqua potabile quintuplicato rispetto ai migliori benchmark di riferimento.

«Poter disporre di una serra tropicale come avviene già in tante altre città europee ci consente di lavorare con specie endemiche particolari, fuori dai circuiti commerciali e mai coltivate prima in Europa, acquisire informazioni e conservarne una riserva di sicurezza in forma di semi in banca del germoplasma, localizzata al livello +3 del Muse». Costantino Bonomi,responsabile area botanica Muse
La serra è la parte del museo più vicina al Palazzo delle Albere e per questo realizzata parzialmente interrata (foto Valeria Marsaglia)

Il 95% dei materiali di scarto durante il cantiere sono stati riciclati, mentre tutti i materiali nuovi utilizzati sono di provenienza locale tra cui, sorprendentemente, anche il bambù usato nella pavimentazione delle zone espositive. Infatti il tempo necessario al bambù per raggiungere le dimensioni adatte per essere sezionato in listelli in forma di parquet è di circa quattro anni, mentre per un legno arboreo tradizionale di pari qualità di durezza, ad esempio il larice, ce ne vogliono almeno quaranta. Per questo il suo uso in edilizia o negli arredi di interni è vantaggioso in termini di minore richiesta di CO2 durante il ciclo della pianta prima dell’ utilizzo e dunque in capacità di contribuire a limitare il cambiamento climatico globale.

 

di Valeria Marsaglia

 

Scheda
Committente
Castello Sgr (Museo Tridentino di Scienze Naturali per allestimento)
Progetto architettonico
Studio Renzo Piano Building Workshop
Capo progetto Rpbw
S.Scarabicchi, D.Vespier (S.Scarabicchi, E. Donadel per allestimento)
Coordinamento progettuale
Twice/Iure
Progetto strutturale
Favero & Milan
Progetto Impianti
Manens Intertecnica
Progetto energetico
Associazione Paea
Acustica ambientale e architettonica
Müller Bbm
Gestione costi e appalti
Dia Servizi, Tekne
Progetto viabilità
A.I.A. Engineering
Progetto prevenzione incendi
Gae Engineering
Paesaggio
Atelier Corajoud-Salliot-Taborda, E.Skabar
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